Un veterano e tre volontari quegli eroi dalle torri a Quarto Ignazio Simoni, insurrezionalista, stava a Genova e prima di partire produceva tortellini LA Spedizione dei Mille, ricordata ieri al Museo del Risorgimento tra canti storici, esposizione di Camicie Rosse depoca e alla presenza di Annita Garibaldi (proniponte di Giuseppe), fu forse la prima prova di coesione dei futuri italiani, combattenti idealisti che vedevano nel domani una Nazione ancora tutta da costruire. Tra piemontesi, lombardi, veneti, siciliani e toscani, nelle fila delle Camicie Rosse, che partirono da Quarto nella notte del 5 maggio di 150 anni fa, cerano 39 emiliano romagnoli, di cui quattro bolognesi. Paolo Bovi Campeggi, classe 1814, un veterano delle campagne garibaldine; Giuseppe Magistris, del 1819 e il più giovane Giuseppe Colli, del 1835, provenienti da Budrio; Ignazio Simoni, nato a Medicina nel 1826. Le loro gesta individuali si perdono nella storia collettiva dei volontari che diedero il via al processo di unificazione del Paese ma in città ci sono i documenti che ne ricordano il valore, il coraggio e la vita rocambolesca. Il veterano Bovi Campeggi e i tre giovani volontari sentirono il vento irredentista che li scuoteva. «Da tempo si pensava ad una spedizione, anche se non si aveva ben chiaro che sarebbe stata quella dei Mille - commenta Mirtide Gavelli del Museo del Risorgimento - . La partecipazione popolare era altissima anche a Bologna tanto che nel gennaio del 1860 si organizzò un ballo che doveva servire a finanziare lacquisto di un milione di fucili». E molto spesso furono intere famiglie, padri e figli, a partecipare ai moti. Bovi Campeggi era il veterano bolognese della spedizione che partì da Quarto ma lo stesso figlio Giovanni partecipò a diverse campagne morendo nel 1867 a Monterotondo. Una lapide in Certosa (oltre a una strada) ricorda la figura di Bovi Campeggi senior come «il glorioso mutilato (aveva perso una mano in combattimento, ndr) della difesa di Roma, costante patriota che in cinque campagne combatté per la indipendenza e lunità dItalia». Tra i nostri fu quello più vicino a Garibaldi, al suo fianco anche durante lesilio in America. «Dividevano lo stesso appartamento a New York, ospiti di Meucci e di un cantante lirico di fede mazziniana, anche lui sepolto in Certosa», commenta ancora Gavelli. Anche in casa Simoni si coltivavano ideali mazziniani: il padre e quattro figli maschi (tra i quali appunto Ignazio) erano tutti coinvolti e parteciparono a diverse campagne di guerra. «Ignazio prese parte al fallito tentativo di insurrezione del 1853 - prosegue la storica - . Per questo fu costretto a scappare e a riparare a Genova. Qui per sbarcare il lunario si mise a fabbricare tortellini alla bolognese e ceralacca fino a quando non trovò un posto da farmacista. Bisogna ricordare che i garibaldini spesso furono volontari di quella che oggi si potrebbe definire la protezione civile, e Ignazio, come molti farmacisti del tempo, prestò la sua opera nelle epidemie di colera del '54 e del '55. I Simoni si iscrissero presto alla Giovane Italia e Ignazio partì volontario a 15 anni. Partecipò giovanissimo alla difesa di Roma, nelle fila della cavalleria dei Lancieri della morte. Un corpo istituito dal bolognese Angelo Masini che di tasca sua armò e dotò di cavalli 3040 arcieri». Simoni morirà poi nel 1962 e al museo del Risorgimento è conservata la sua camicia rossa con la medaglia relativa alla campagna di Sicilia. E si trovava a Genova prima dellimbarco per Quarto anche Giuseppe Magistris, che qui aveva trovato rifugio in seguito alla Restaurazione, ricercato per aver preso parte nel '48 allassalto contro i papalini. «Ladesione alle campagne di Garibaldi a Bologna fu quindi ampia e coinvolse i cittadini in maniera trasversale - conclude Gavelli - . Si percepiva una connessione tra le azioni garibaldine e una nuova fede sociale che attirava persone con credi politici diversi, anche gli anarchici ripetutamente in conflitto con la polizia».