Scioperi e polemiche dopo il decreto Bondi. Parlano i sovrintendenti di Fenice e Arena. In forse il «Don Giovanni» La «tentazione federalista » investe Arena di Verona e Fenice a Venezia. Del resto, se non ora, quando? Se lo chiedono i due sovrintendenti veneti, Giampaolo Vianello della Fenice e Francesco Girondini dell'Arena. «Che male ci sarebbe ad avere Fondazioni liriche federaliste, magari in regime di federalismo fiscale?». «Ogni territorio deve interrogarsi sull'importanza che ha il proprio teatro - dice Girondini - a Verona, ad esempio, l'Arena genera un indotto annuo che supera i 400 milioni di euro», come a dire che la città non potrebbe vivere senza la sua fondazione. E mentre il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ieri faceva appello agli imprenditori veneziani perché sostengano il «loro» teatro che «come accade in Lombardia è motivo d'orgoglio di un intero territorio», il sovrintendente veneziano guarda oltre e sembra suggerire che i privati aiutano ma non bastano. I soldi, quelli sufficienti a reggere un meccanismo delicato e complesso come un teatro lirico, possono venire solo dal pubblico, possibilmente regionale. Di tutto questo, per ora, il ministro ai Beni e alle Attività Culturali Sandro Bondi, non parla. Nel decreto legge che porta la sua firma e lancia la «riforma» delle fondazioni liriche si accenna a una diversa ripartizione del Fus, il fondo unico per lo spettacolo in base a criteri come la qualità e l'efficienza. Ma se efficienza significa tagli all'organico allora sorge un problema: «Non posso mettere a suonare dei robot - dice Vianello - l'organico non si può fisiologicamente ridurre. Per questo il blocco del turn over che il decreto allunga di un anno, fino al 2012, prima o poi provocherà seri problemi». Nel decreto si dà un anno di tempo ai sindacati per sottoscrivere il nuovo contratto (pena la decurtazione degli integrativi del 50) e un anno al ministro per mettere mano alla riforma vera. «Questo decreto ha un lato positivo - spiega Vianello - mette mano alla giungla normativa che ha causato una ingente fetta di contenzioso giuridico e spiega quali leggi del lavoro sono applicabili o meno ma ancora una riforma vera e propria non c'è, in un anno e con la partecipazione dei soggetti coinvolti ci si dovrebbe arrivare». Il nodo centrale, però, resta ancora il Fus. E allora l'ipotesi federalista si configura come l'unica exit strategy possibile dai bilanci perennemente in rosso delle fondazioni. «Mi domando, - conclude Vianello - perché nei consigli di amministrazione siedano tutti i soggetti, enti pubblici e privati, indistintamente. Potremmo pensare che sia più utile avere un numero di consiglieri proporzionale al contributo dato». E allora, una Regione capace di finanziare adeguatamente le proprie fondazioni, soprattutto nel caso del Veneto che ne vanta 2 su 14, potrebbe segnare la svolta. Mentre i vertici delle fondazioni restano in attesa di una celere convocazione da parte del ministro e dei 60 giorni per la conversione (con probabili aggiustamenti) del decreto in legge, non si placa l'ira dei lavoratori e dei sindacati contro il decreto Bondi. Alla Fenice, oggi è in agenda un'assemblea della Cgil (che non ha partecipato allo sciopero degli scorsi giorni) e si potrebbe arrivare alla proclamazione di un altro sciopero per lunedì 10 maggio quando si dovrebbe tenere un concerto della Filarmonica. Subito dopo, il 18, un altro bersaglio potrebbe essere la prima del Don Giovanni. «Anche all'Arena c'è fermento - conclude Girondini - e si potrebbe innescare un meccanismo di solidarietà nazionale fra i lavoratori dei teatri italiani. In cartellone abbiamo giovedì 13 il balletto Il Corsaro al Teatro filarmonico e poi un concerto sinfonico il 21 maggio. Mi auguro non si arrivi allo sciopero». Invece con ogni probabilità il balletto Il Corsaro non andrà in scena. È questa la risposta delle maestranze del teatro. «Verona non si tira indietro», attacca Dario Carbone della Fials. Nel caso della Fondazione Arena, lo sciopero riguarderebbe proprio il balletto in programma giovedì prossimo. Martina Zambon