E INTANTO ANCHE LISSNER (SCALA) LITIGA COL MINISTRO Nella rissa sul decreto Bondi tutti parlano dell'opera come di un'"eccellenza italiana". Ma è ancora vero? La rissa sul decreto-legge Bondi di «riforma» delle fondazioni lirico-sinfoniche prosegue sui binari previsti e prevedibili. Nell'attesa che il decreto approdi in Parlamento, giovedì il ministro incontrerà i sindacati. I lavoratori continuano la mobilitazione. Ieri quelli della Scala hanno depositato la bara della «cultura» davanti allo stabile in cui si svolgeva il Consiglio d'amministrazione e oggi faranno saltare il Simon Boccanegra. Dal canto suo, il Cda ha chiesto che l'autonomia prevista dal decreto sia applicata «al più presto» ai teatri che ne hanno i requisiti. Insomma, se l'autonomia è stata promessa, la Scala sia promossa. Il sovrintendente, Stéphane Lissner, ha attaccato il decreto («Non si può accettarlo») e Bondi ha attaccato Lissner («Dichiarazioni sorprendenti»). Nel dibattito di questi giorni su giornali, blog, radio e tivù, insolitamente vivace (normalmente dell'opera interessa niente a nessuno, a parte quelli che ci vanno e - talvolta - quelli che ci lavorano), si continua però a ripetere come un mantra un dato che tutti danno per scontato e che invece scontato non è: che i teatri d'opera siano un'eccellenza italiana, un fiore all'occhiello del Paese. Cosa scontata se si parla al passato, molto opinabile per il presente e, con questi chiari di luna, fortemente improbabile per il futuro. Sulla qualità, è ovvio, i criteri sono soggettivi. Difficilmente discutibile, però, è il fatto che, Scala a parte, il «peso» internazionale dei nostri teatri, anche quelli che hanno una storia prestigiosa, sia scarso. Se le scelte di repertorio, le estetiche registiche, la visibilità sul mercato dell'audiovisivo sono radicalmente diverse in Italia e nel resto del mondo è forse il caso di chiedersi se siamo eccentrici noi o il mondo. Basta pensare a stagioni grottesche come quella dell'Opera di Roma, peraltro occupata manu militari dalla parte del ministro Bondi (se il centro-destra gestisce così i teatri, Dio salvi i teatri). Però, appunto, queste sono opinioni. È sulla quantità che parlano i fatti. Che i teatri italiani producano molto meno dei loro omologhi esteri è indiscutibile: basta leggere i dati che pubblichiamo sopra (solo opere, al netto di concerti, recital e balletti). Non si tratta della vecchia distinzione fra teatri «di stagione» e teatri «di repertorio», cioè il sistema con cui sono si fanno i cartelloni (privilegiando la quantità come nei teatri tedeschi o la qualità - in teoria - come nei nostri) perché ormai dappertutto il sistema è misto. Il punto è molto semplice: visto che le spese fisse dei teatri più di tanto non sono comprimibili, perché un'orchestra e un coro bisogna averli e pagarli (e sarebbe giusto pure pagarli bene), non ha senso distribuire stipendi ai dipendenti e poi non avere le risorse per farli lavorare. Qualche esempio? Firenze fa, stagione invernale più Maggio, 42 recite in tutto. Il San Carlo ha mandato in scena l'ultima recita della Clemenza di Tito il 4 febbraio e fatto la prima di Maria Stuarda il 16 marzo. In mezzo, un mese e mezzo di vuoto, con appena due concerti per l'orchestra e uno per il coro. L'Opera di Roma non farà nulla, niente di niente, dal 28 maggio (ultima di Butterfly) al 17 giugno (prima di Manon), poi di nuovo nulla dal 9 agosto al 28 settembre (un balletto con musiche registrate, coro e orchestra riprendono il 1 ottobre). In queste condizioni, l'attuale dibattito appare surreale: il Governo dovrebbe capire che per avere dei teatri aperti e non chiusi i fondi vanno aumentati e non tagliati (e poi, si capisce, nemmeno sprecati); i sindacati che invece di difendere come al solito tutto e tutti bisogna farlo solo con chi lo merita. E magari battersi perché nei teatri italiani non si incontrino più dei direttori artistici che non sanno la differenza fra Johann e Richard Strauss (è capitato, ahinoi, anche questo).
MILANO - Non siamo più il Paese del melodramma.
Il ministro Bondi ha promesso l'autonomia ai teatri, ma la Scala e altri teatri italiani continuano a lamentarsi. Il sovrintendente della Scala, Stéphane Lissner, ha attaccato il decreto, mentre Bondi ha attaccato Lissner. I teatri italiani producono meno opere rispetto ai teatri esteri. Secondo i dati, Firenze e il San Carlo hanno fatto solo 42 recite in tutto, mentre l'Opera di Roma non farà nulla per sei mesi. Il dibattito appare surreale, con il Governo che dovrebbe aumentare i fondi per i teatri e i sindacati che dovrebbero difendere i teatri che "lo meritano". I teatri italiani hanno una scarsa visibilità internazionale.
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