Lex direttore del Met:"Lautore non è Granacci. Ecco le prove" Più di tutto a convincere il critico americano è "la libertà con cui sono disposte le figure" Possibile? Lesimio professor Everett Fahy, ex direttore del dipartimento Capolavori della Pittura Europa, non ha dubbi: quella «Testimonianza di San Giovanni il Battista», per anni attribuita al pur bravo Francesco Granacci, è opera nientemeno che del grande Michelangelo. E quella tavola che il museo aveva acquistato nel 1970 a unasta da Sothebys, Londra, per soli 150mila dollari, varrebbe la bellezza di 300 milioni di dollari. La rivelazione del professor Fahy è stata raccolta in America da «ArtNews» e i lettori italiani potranno leggere sulla rivista specializzata «Nuovi Studi» la relazione di 65 pagine intitolata prudentemente «Un Michelangelo dimenticato?»: con tanto di punto interrogativo. La precauzione non è mai troppa? Il professore mette le mani avanti: «Io so benissimo che Michelangelo, come Van Gogh, è uno di quegli artisti su cui si scatenano le idee più diverse, e che adesso ci sarà chi dirà: ecco unaltra idea assurda. Ma io sono più che convinto». Meno il successore sulla sua poltrona al Met: «Io penso che Everett abbia portato le prove più forti che aveva». E quindi ha ragione o no? «Io non ho detto né sì né no». Le «prove forti» del professore sono state riassunte dal «New York Post» in sei punti principali. La prima riguarda lambientazione. La scena della «Testimonianza» - quella del Vangelo di Giovanni in cui il Battista alla vista del Cristo annuncia: «Ecco lAgnello di Dio che toglie i peccati del mondo - è ambientata in una cava di marmo: scenario per i tempi (il dipinto è del 1506) esotico ma familiarissimo al Buonarroti che faceva la spola con Carrara alla ricerca della pietra perfetta per le sue sculture. La seconda prova la porta lanalisi ai raggi x: gli altri pannelli che completano il ciclo di proprietà del Met, attribuiti prima a Domenico il Ghirlandaio e poi al Granacci, mostrano pitture e ripitture, fino a cinque volte, mentre il «Battista» ha una prelavorazione minima, si vede la mano sicura di un maestro. Prova numero tre: uno dei due farisei che compare a sinistra della scena è simile al «Filosofo», un disegno in mostra al British Museum. Prova numero quattro: il quadro è a olio, una tecnica allora innovativa, che Granacci non usa. Prova numero cinque: la figura del Battista ricorda un disegno michelangiolesco custodito al Louvre. Prova numero sei: la giovane donna sulla destra del quadro ha la stessa posa delluomo del celebre Tondo Doni. Ma più di tutto a convincere Fahy è «la grande libertà con cui sono disposte le figure, mostrando quel tipico contrapposto che è lo stile di Michelangelo nella Cappella Sistina» che verrà dipinta due anni dopo. Peccato che per ora neppure il Metropolitan ha dato retta al suo ex direttore: il dipinto, in mostra nella Galleria numero 7 del museo, porta la firma «Dalla bottega di Francesco Granacci». Chissà ancora per quanto.
New York, il mistero del Battista "Quel quadro è di Michelangelo"
Il professore Everett Fahy, ex direttore del dipartimento Capolavori della Pittura Europa, afferma che la Testimonianza di San Giovanni il Battista, attribuita al pittore Francesco Granacci, è in realtà opera di Michelangelo. Fahy sostiene che la scena è ambientata in una cava di marmo, come era abituale per i tempi di Michelangelo, e che il dipinto presenta caratteristiche uniche, come la tecnica dell'olio e la posa delle figure, che sono tipiche di Michelangelo. Inoltre, Fahy nota che il disegno di un fariseo simile a quello del Filosofo al British Museum e che la figura del Battista ricorda un disegno michelangiolesco al Louvre.
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