(ha collaborato Lillo Aldegheri) Verona, la tre giorni alla memoria di Garibaldi comincia tra le polemiche Gobbo: «E' un falso». Bitonci: «Spreco». La nipote del generale ammicca VERONA Uno come Gian Paolo Gobbo, non ci pensa proprio a festeggiare nel nome di Garibaldi. Almeno non ora. «Il Veneto venne annesso all'Italia solo nel 1866 - ricorda - e quindi ricordare oggi i 150 anni dell'Unità sarebbe un falso storico. In altre parole, anche se ci fosse qualcosa da celebrare, lo faremmo nel 2016». Il segretario veneto del Carroccio non si allontana molto dal sentiero tracciato dal ministro Roberto Calderoli, che domenica ha spiegato come, secondo lui, «la celebrazione ha poco senso. Non è sollevando la bandiera dell'Unità che si trovano soluzioni». E Gobbo rincara: «L'unificazione, non solo in Veneto, non partì dalla base, ma da una lobby elitaria ben definita. Non rinnego i morti e il sacrificio di chi combatté per l'Italia, ma non dimentichiamo che i Savoia costruirono l'Unità sulla guerra e su questo occorrerebbe che tutti, a cominciare dagli storici, riflettessimo». E poi, secondo il segretario, è anche una questione di priorità. «Un conto è lo Stato - spiega - e un conto è la nazione. Per me viene prima il Veneto e la Padania. Poi viene l'Italia. Per questo se ci sarà qualcosa da festeggiare, per i veneti, sarà il federalismo». Stessa linea per Massimo Bitonci, che è anche coordinatore dei sindaci leghisti del Veneto. «Garibaldi non mi è mai stato simpatico - ammette - e di certo non è tra i miei eroi. Ma nessuno mette in discussione l'unità d'Italia. Di certo trovo che queste celebrazioni siano pompose e che si siano spesi un sacco di soldi. C'è sicuramente stato un inutile spreco di denaro per questi festeggiamenti: il sentimento nazionale si rinsalda in altro modo, con il federalismo, perché il Nord è stanco di vedere l'evasione fiscale e le irregolarità del Sud». Domani a Verona un gruppetto di storici e appassionati del Risorgimento risaliranno l'Adige in camicia rossa, per rievocare l'impresa dei Mille. L'iniziativa, ha incassato anche il plauso del sindaco Flavio Tosi. «Credo sia una buona idea» aveva detto venerdì lo «sceriffo» veronese, alla carica di Pastrengo. Ieri è tornato sulla questione. «L'Unità è comunque un fatto positivo - assicura - ed era nella logica delle cose: sarebbe stato strano, e negativo, se non si fosse verificata. Ma è anche vero che è stata gestita nel peggiore dei modi». Secondo Tosi «non sono state rispettate le autonomie, ne è stato fatto scempio per arrivare a un modello che economicamente non regge, mandando in malora il sistema economico dell'Italia». Molto più aspro il presidente del Consiglio provinciale scaligero, Antonio Pastorello del Pdl, che tuona: «Io l'unità d'Italia non la festeggio, perché non c'è, non esiste!». E spiega: «Festeggerò quando l'Italia sarà davvero unita: nel modo di lavorare, nei diritti come nei doveri». Contro le dichiarazioni di Calderoli si sono schierati gli storici che ieri, proprio a Verona, si sono riuniti all'Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere per ricordare la figura di Garibaldi. Secondo Gian Paolo Romagnani, direttore del dipartimento di Storia all'Università scaligera, «occorre riscoprire quanto il Risorgimento abbia rappresentato per l'Italia, sarebbe meglio che i leghisti si leggessero i libri di Storia». Critico anche il presidente dell'Associazione Mazziniana, Silvio Pozzani: «C'è chi sottovaluta l'importanza di Garibaldi e il richiamo all'unificazione nazionale. E la responsabilità è di chi ha votato queste persone e di chi ha scelto gli uomini del Governo». «Le dichiarazioni di Calderoli, che come ministro ha giurato sulla Costituzione, non stanno né in cielo né in terra: le celebrazioni non sono affatto inutili», ha detto lo storico Emilio Franzina. Paradossalmente, la più clemente nei confronti dei leghisti, sembra essere Annita Garibaldi Jallet, pronipote del condottiero. «Trovai molto maleducato Bossi quando mostrò il dito medio al Tricolore - assicura - mentre Calderoli ha semplicemente espresso la sua opinione, con qualche provocazione ma comunque in modo educato e grazioso». E non si limita a definire «grazioso» il ministro leghista. «Se il mio bisnonno fosse ancora vivo - assicura - probabilmente dialogherebbe anche con la Lega Nord. Giuseppe Garibaldi era molto rispettoso dell'autonomia delle genti, del dialetto e delle tradizioni locali. Non dico che sarebbe diventato un leghista, ma di certo guardava con interesse al concetto di federalismo proposto da Cattaneo. Con una differenza sostanziale, però. Perché per Garibaldi l'Unità veniva prima di ogni altra cosa: per formare la nazione non poteva certo farla a pezzi».