Il direttore del ministero: così tutti i teatri potranno diventare "virtuosi" Sul decreto non c'è, non c'è mai stato e non ci sarà scritto alcun nome. Per essere ancora più chiari, nel decreto non sono indicate né la Scala ne l'Accademia di Santa Cecilia. La distinzione in serie A e serie B delle fondazioni liriche italiane non risponde al vero, è un falso problema e un'ipotesi impraticabile». Salvatore Nastasi, capo di Gabinetto del ministro Bondi, direttore generale dello Spettacolo dal vivo del ministero e commissario al San Carlo di Napoli, interviene sul punto che ha suscitato maggiori perplessità e proteste da parte dei dipendenti dei nostri teatri d'opera: «Si indica invece un modello di virtuosità, al quale tutti i teatri possono aspirare. Questo decreto non è un capriccio, ma un impegno che il ministro ha assunto e intende onorare per avviare quella riforma che da tante parti si ritiene non più rinviabile. E lo sta facendo con una esposizione fortissima in prima persona». Ancora ieri mattina, Sandro Bondi ha voluto tranquillizzare Palazzo Chigi, apparso preoccupato della richiesta di chiarimenti inviata dal Quirinale al ministero dei Beni culturali a proposito del nuovo decreto «che attribuisce al ministro la facoltà di riformare i teatri». In ambito governativo è prevalsa l'interpretazione che con questo «rinvio» la Presidenza della Repubblica abbia voluto sottolineare la sua non responsabilità rispetto agli atti legislativi del governo. Sull'ipotesi, invece, di una volontà di non firmare, la risposta fornita la settimana scorsa dallo stesso Presidente Giorgio Napolitano di fronte alle proteste dei dipendenti della Scala, è stata definitiva: «Questo potere non mi compete. Se volete che il Presidente della Repubblica lo possa avere, allora siete favorevoli a una Repubblica presidenziale». Una breve, esauriente lezione di ingegneria costituzionale. Ieri pomeriggio, mentre il sovrintendente della Scala, Stéphane Lissner, raggiungeva Firenze per assistere alla Donna senz'ombra di Richard Strauss diretta da Zubin Mehta che ha inaugurato il Maggio (un gesto interpretato come segnale di solidarietà verso il teatro fiorentino), Napolitano assisteva, nell'Aula Paolo VI del Vaticano, al concerto che ha offerto a Benedetto XVI. Un'abitudine ormai consolidata, nel segno di quell'amore per la musica che unisce le due personalità. Ma il segnale inviato ieri da Napolitano è stato fortissimo: protagonista infatti era l'Orchestra giovanile italiana della Scuola di musica di Fiesole, realtà d'eccellenza del panorama italiano, che dall'84, anno della fondazione, a oggi, superando molte difficoltà, ha formato alla professione oltre mille e 300 giovani musicisti. Diretta da Nicola Paskowski, l'Ogi ha suonato Sammartini, Mozart e Beethoven. Non si poteva scegliere formazione migliore per trasmettere una convinzione profonda dell'attuale Presidente: l'educazione e la pratica musicale delle giovani generazioni non sono un soprammobile, ma un pilastro di una Nazione civile. Intanto Alberto Francesconi, presidente dell'Associazione Generale dello Spettacolo, dettava un comunicato di forte preoccupazione: «A nessuna forza politica venga in mente di barattare la discussione sulla riforma delle fondazioni liriche con l'assenso già dato al disegno di legge bipartisan sullo spettacolo dal vivo all'esame della Camera». Il riferimento è alla «legge Carlucci» che, dopo sessant'anni, dovrebbe cambiare la normativa di tutto lo spettacolo italiano, garantendo una maggiore stabilità agli operatori di cinema, musica, teatro, danza. Con insolita durezza, Francesconi conclude: «Metteremo in atto tutte le azioni che si rendessero necessarie se si delineasse questo atto molto grave di mattanza politica, culturale, legislativa». Destinatario del comunicato sembra essere il ministero dell'Economia, chiamato a dare il via libera al finanziamento di questa riforma.
Nastasi "Giuro: non ci saranno la serie A e la serie B"
Il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, ha annunciato un nuovo decreto che attribuisce alla sua autorità la facoltà di riformare i teatri d'opera. Il decreto non prevede la nomina di un direttore generale per i teatri, ma piuttosto un modello di virtuosità che tutti i teatri possono aspirare. Il ministro ha anche espresso la sua volontà di avviare una riforma che da tante parti si ritiene non più rinviabile. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso la sua non responsabilità rispetto agli atti legislativi del governo e ha affermato che il potere di riformare i teatri non gli compete.
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