Ci sono libri la cui importanza scientifica è inversamente proporzionale alla modestia della apparenza editoriale. È il caso de Gli inventori delle Corti. Le guardarobe reali in Italia dal XVI al XX secolo. Va bene il titolo rigorosamente accademico, va bene l'epigrafe riferita alla Direzione Generale del Ministero di cui è titolare Mario Serio, va benissimo l'introduzione di Costina Aschengreen Piacenti che di questo genere di studi è stata preconitrice e maestra. Va bene anche il carattere dimesso, quasi burocratico della pubblicazione perché questo non è un libro da sfogliare per guardare le figure ma è uno strumento di lavoro, di quelli che chi è del mestiere tiene a portata di mano, nello scaffale più comodo della sua biblioteca privata. Per capire l'importanza del volume voluto (è opportuno ripeterlo) dalla Amministrazione dei Beni culturali, coordinato da una commissione di specialisti presieduta da Cristina Piacenti, curato da Enrico Colle, bisogna por mente a quello che ha significato per il nostro patrimonio artistico la nascita della nazione Italia. Prima c'erano gli Stati preunitarii: il Granducato di Toscana, il regno delle Due Sicilie, il Regno di Sardegna, i Principati di Modena e di Parma, il viceregno lombardo-Veneto, il ducato di Lucca, la Roma del Papa Re con le Legazioni di Marche Umbria e Romagna. Con il 1870 l'intera penisola fu sottomessa alla sovranità di Casa Savoia. La corona sabauda si trovò così a ereditare le proprietà immobiliari appartenute alle precedenti dinastie con tutti gli arredi ivi contenuti. Si trattava di un patrimonio sterminato. Solo i Borbone di Napoli possedevano 19 siti: dalle regge di Caserta e di Capodimonte ai casini reali del Fusaro, del Chiaramone, di Carditello, di San Leucio. L'ultimo Lorena di Firenze lasciò a Vittorio Emanuele II la Reggia di Pitti ma anche le ville già medicee e i palazzi di Arezzo, di Livorno, di Siena, di Pisa. Passarono ai Savoia le regge napoletane e siciliane, le residenze dei Granduchi austriaci (a Milano a Monza, a Venezia) e il Quirinale, il palazzo del papa che il re d'Italia andò ad abitare nel 1871. Quale sconquasso abbia provocato nel patrimonio artistico accumulato dalle dinastie preunitarie un terremoto politico istituzionale di queste proporzioni, è facile immaginare. L'antico regime aveva conservato le residenze e i beni mobili di proprietà dei vari sovrani con scrupolosa efficienza. Il nuovo regno fu costretto a disfarsi di molti edifici, a utilizzarne altri per usi pubblici, a trasferire e spesso a disperdere quadri mobili e arredi. Valga un solo esempio. Quando re Vittorio entrò al Quirinale per farne la residenza ufficiale della monarchia si accorse che il Papa lo aveva lasciato desolatamente vuoto. Per arredare la casa del re d'Italia si spogliarono le regge degli stati preunitari. Da Pitti arrivarono gli arazzi di Bronzino Pontormo e Salviati e da Parma quelli di Boucher, dal Palazzo Ducale di Colorno e dal Castello di Moncalieri i preziosi mobili di Bernard von Reisenburg e di Pietro Piffetti e poi quadri e suppellettili di grande pregio e di varia provenienza. Nel 1919 i beni mobili e immobili della Corona passarono al demanio dello Stato per essere affidati alla tutela delle Soprintendenze ma non finì per questo il processo di dispersione del patrimonio mobile, utilizzato spesso per arredare ministeri, ambasciate, pubblici uffici. Il vero punto di svolta è rappresentato da questo libro; il quale ci offre un metodo per la ricerca e per la ricomposizione degli insiemi dispersi e anche gli strumenti conoscitivi per applicarlo, quel metodo. Bisogna partire dagli inventari che si sono conservati quasi sempre. Con quelli, procedendo a riti-oso nel tempo attraverso la "catena inventariale", è possibile arrivare alla identificazione di quanto è oggi decontestualizzato e alla ricomposizione degli "insiemi" di origine. L'operazione è resa più facile dal fatto che gli oggetti sono di norma marcati con numeri e colori caratteristicì di ogni inventario. Che il metodo funzioni lo hanno dimostrato le operazioni museografiche esemplari realizzate negli ultimi anni a Firenze, a Napoli, a Genova. Poco meno di cento sono gli edifici d'Italia che sono appartenuti alle varie dinastie e che sono stati amministrati dalle guardarobe reali granducati e ducali. Di ognuno il libro fornisce una breve scheda storica. Fornisce soprattutto l'elenco in ordine cronologico e la collocazione archivistica degli inventari esistenti e infine (ausilio preziosissimo) la riproduzione fotografica dei numeri dei colori e dei marchi che contrassegnano gli oggetti appartenuti a quel certo inventario e quindi riferibili, a una data conosciuta, a quel certo ambiente. Ce n'è abbastanza per garantire d'ora in poi una migliore conoscenza e una più efficace tutela a ciò che resta del patrimonio artistico posseduto dalle Corti italiane. «Gli inventari delle Corti», a cura di Enrico Colle, Firenze 2004, pagg. 328, 30,00.