Capitò a Lucca un mattino di Ferragosto, all'inizio degli anni Sessanta: «Mi colpì ... L'avventuroso viaggio in Europa per perfezionarsi Lavora con molti big, si esibisce alla Scala, al Maggio, a Spoleto GEMMA VIGNOCCHI Capitò a Lucca un mattino di Ferragosto, all'inizio degli anni Sessanta: «Mi colpì soprattutto il silenzio. E la bellezza della città. Mi fece pensare a Venezia - racconta - una Venezia senza canali. Quasi un miraggio». Quel giorno stesso Herbert Handt, tenore e direttore d'orchestra già allora famoso nel mondo, decise che sarebbe rimasto. Trovò casa sul colle di San Michele in Escheto, tre chilometri o poco più dalle Mura, a fianco di una chiesa del Mille con vista su ciliegi ed olivi. E il maestro, americano d'origine, con lontane ascendenze austro-ungariche e bisnonni emigrati in Romania, sentì ben presto in Toscana il suo porto, l'approdo fra le trasferte continue, il luogo di ogni ritorno. Con Lucca nacque un rapporto fecondo, seppure a volte un po' burrascoso: lui un'esplosione di idee e di proposte che la città non sempre ha compreso. Anche ora che compie 84 anni, Herbert Handt continua a strigliare i lucchesi: li rimprovera di non amare abbastanza Puccini, li sprona a valorizzare di più i compositori locali, un patrimonio unico. E' lunghissima, e ricca di tanti successi, la carriera di Handt. Quasi ancora ragazzo, s'esibisce nei maggiori teatri d'Europa e d'America, protagonista di opere liriche, lieder, oratori. E' eclettico, aperto, ha uno straordinario talento nell'interpretare i brani più ostici di musica dodecafonica. A volte canta e insieme dirige: collabora con tutti i più grandi - Strehler, Abbado, Luigi Nono tra gli altri - è a fianco di Gian Carlo Menotti a Spoleto dove lavora col poeta Ezra Pound (che nel '64 riadatta e musica "Le testament" di François Villon); è tra i fondatori del Rossiniano di Pesaro, s'inventa per Lucca il festival di Marlia, dirige al Maggio, alla Scala, alla Rai. Una vita strapiena, dove anche il caso gioca il suo ruolo, nel bene e nel male. Il debutto con Toscanini. La musica è nel Dna familiare, ma c'è soprattutto un cugino, del ramo rumeno, che s'è fatto strada: Otto Ackermann, un big tra i direttori d'orchestra. Il giovane Handt non lo conosce nemmeno, non ha rapporti con i parenti: suo padre è stato "ripudiato" dalla famiglia perché per amore ha lasciato gli studi d'ingegneria e s'è messo a fare il meccanico. Herbert nasce a Philadelphia, poi passa a Brooklyn. Nel coro del liceo si mette subito in mostra: è così bravo che l'insegnante lo segnala a Toscanini. E' il '44 e il ragazzo, 18 anni ancora da compiere, partecipa al concerto di beneficenza che il compositore italiano organizza al Madison Square Garden per la Croce Rossa. Per quasi quattro anni Handt lavora sotto la guida di Toscanini e intanto entra alla Juilliard di New York, il conservatorio più prestigioso d'America. Fa un'audizione al Metropolitan Opera e diventa il corista più giovane nella storia del teatro. Ma appassionato e irrequieto com'è, il ruolo gli va presto stretto, vuol diventare solista: decide di perfezionarsi in Europa. Sul vecchio cargo. Gli viene allora in mente il famoso cugino, diventato direttore dell'Opera di Zurigo e della Staatsoper di Vienna. Cerca un modo per contattarlo e si fa scrivere una presentazione da un musicista che lo conosce. Otto Ackermann in quel periodo lavora a Bologna ed Herbert s'imbarca per l'Italia. Ha 22 anni e tante speranze. Per risparmiare sceglie un vecchio cargo greco, diretto a Genova. E' novembre, tempo pessimo. La nave parte con tre giorni di ritardo, poi si ferma nel Maine per caricare patate. L'Oceano è in tempesta e il cargo deve procedere adagio: arriva dopo tre settimane invece che in due. Otto è già partito da Bologna. Il ragazzo lo rincorre a Zurigo e canta per lui, ma il maestro lo gela: «Torna in America e quando sarai pronto all'80 per cento ritorna», gli dice. Pochi anni dopo i due s'incontreranno a Vienna, nei corridoi della Staatsoper: Handt è stato chiamato a cantare dal sovrintendente in persona. Il no alla Scala. Intanto si stabilisce a Milano, ma non regge allo smog, così tenta con l'Austria dove il clima è più asciutto e la vita meno cara. E' a Salisburgo, alle prove del festival, quando viene a sapere che è stato ammesso tra i cadetti della Scala, ambitissima scuola di perfezionamento. Un'occasione da non farsi sfuggire. Herbert però in Austria ha trovato lavoro e con giovanile incoscienza risponde no grazie alla Scala. Il sovrintendente Ghiringhelli va su tutte le furie e gli dice che è pazzo a rifiutare. Pagherà poi quel no con sei anni d'ostracismo. Chiusa - per il momento - una porta, subito un'altra se ne apre. Handt incontra un amico del conservatorio, Tony Swarowsky, che guarda caso è il figlio di Hans, il più grande maestro di direzione orchestrale (dalla sua scuola sono passati ad esempio Zubin Mehta ed Abbado). Tony presenta Herbert a papà che dopo un'audizione lo fa entrare all'Accademia di Vienna. Da lì gli impegni si moltiplicano: a 24 anni, Handt ha già inciso la prima edizione integrale del don Giovanni di Mozart. Laura. A riportarlo in Italia è una borsa di studio - la Fulbright grant - che gli consente d'entrare all'Accademia di Santa Cecilia di Roma. Siamo nel '50 e la vita privata del tenore sta per avere una svolta, galeotta proprio la festa in onore dei borsisti al consolato d'America. Tra gli invitati c'è Laura Ziegler, giovane scultrice dell'Ohio che lavora nello studio di Pericle Fazzini in via Margutta. E' bellissima nel suo abito da sera scollato, l'incontro è fulminante: i due non si lasciano più. Sei anni dopo lei sta mostrando le sue opere ai galleristi di New York quando, all'improvviso, si libera uno spazio. La mostra è un successo. Herbert, impegnato a Roma, scalpita: vorrebbe correre dalla fidanzata. Il caso gli dà di nuovo una mano. L'orchestra di Santa Cecilia proclama dieci giorni di sciopero e lui subito vola in America. Appena vede Laura le dice senza preamboli: se tu vuoi, io ti voglio sposare. L'indomani sono al municipio di New York, loro due e i testimoni. Il viaggio di nozze è una corsa in metropolitana, la spesa i due dollari della licenza matrimoniale. Purtroppo lo sciopero viene interrotto e Herbert tre giorni dopo riparte. Gli sposini si rivedranno solo dopo sei mesi. Debutto da direttore. Nel '60 la prima occasione da direttore, a Roma, con un concerto di Monteverdi. E' così in gamba, il maestro Handt, che riesce a rendere accattivante un compositore difficile. Lo chiamano a Londra, a Spoleto, lavora a San Francisco e Chicago. Intanto, approdato in Toscana, fonda l'Orchestra da camera lucchese, e poi l'Accademia nazionale di canto. Il festival di Marlia. Ma la sua creatura prediletta è forse il Festival di Marlia. L'idea è di proporre una manifestazione a tante facce, dove opera, teatro e balletto ruotino attorno a un personaggio dell'arte: nel '79 Amleto, poi Giulietta e Romeo, don Giovanni, Figaro... Carla Fracci diventa una presenza costante: memorabile la prima edizione quando l'étoile balla accompagnata dalla voce della Callas. Il festival fa anche 1500 presenze per sera. «Ma i lucchesi l'hanno lasciato morire - dice Handt amaro - non ne hanno capito neppure le potenzialità turistiche». Così nell'89 si chiude, per mancanza di soldi. Il maestro si dedica più alla direzione d'orchestra che al canto. L'aggressione. Il 9 novembre 2008, una passeggiata sfocia nel dramma. L'artista è a Columbus, la città della moglie: d'improvviso un ragazzo gli salta addosso per rapinarlo, lo butta a terra, lo tempesta di pugni. Risultato: danni gravissimi al nervo ottico. Cinque successive operazioni anziché migliorare peggiorano la situazione: Handt perde del tutto la vista. Ma non la voglia di fare. Ora sta già pensando ai concerti estivi a villa Oliva, nella campagna lucchese.
Il Tirreno
26 Aprile 2010
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LUCCA - Herbert Handt, tenore e direttore d'orchestra
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