Prima i celti, poi le chiatte di Garibaldi, infine le bombe del 1944. E oggi la rissa sul porto turistico e sul via libera all'arteria tirrenica osteggiata dagli ambientalisti Con quei nomi che si ritrovano sulle poppe, «Dina» e «Mite», le due chiatte sorelle che vanno e vengono per il porticciolo di Talamone, sarebbero piaciute proprio a un uomo come Giuseppe Garibaldi. L'intero paese, del resto, ha una lunga storia legata alla polvere da sparo, ai candelotti, alla nitroglicerina Tanto da essere sfiorato da un'inchiesta sul traffico di esplosivi perfino negli anni Ottanta, ai tempi del pentapartito. Mica per altro il Condottiero, costretto a fare tappa lungo la rotta da Quarto alla Sicilia per rifornirsi di munizioni (dato che sul «Piemonte» e sul «Lombardo» erano stati imbarcati insieme con iMille migliaia di fucili ma, per usare le parole del generale, non c'era «nemmeno una cartuccia») aveva scelto quel porto sulla costa maremmana. Sapeva che lì, in qualche modo, sarebbe riuscito a rimediare quello che gli serviva. Centocinquanta anni dopo, in questa deliziosa insenatura naturale poco più a nord dell'Argentario, di candelotti pronti a deflagrare (politicamente, si capisce) ce ne sono due. Il primo è la costruzione dell'autostrada costiera tirrenica, fortissimamente voluta da un'alleanza trasversale tra la sinistra al governo in regione e la destra al governo di Roma. Il secondo è il progetto di un porto turistico che, osteggiato da Italia Nostra, Wwf, Legambiente e un po' tutti gli ambientalisti, sarebbe immensamente sproporzionato rispetto alla bellezza, alla sacralità, alla popolazione del luogo. Basti dire che per ogni famiglia di talamonesi ci sarebbero quattro posti barca per yacht e velieri lunghi da 10 a 40 metri. Per non parlare delle perplessità che solleva la scoperta che il progetto è stato ideato da un'azienda che nel vicino porto fra Castiglioncello e Rosignano Solvay ha tra gli azionisti di una sua consociata, sia pure con una piccola quota, il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli. Che per pura coincidenza è anche sindaco di Orbetello, comune di cui fa parte Talamone. Il paesino, in realtà, è sempre stato immensamente più piccolo rispetto ai grandi interessi e alla grande storia. Dalla quale è stato toccato almeno tre volte. La prima fu nel 225 a.C. quando, come racconta Polibio, si scontrarono qui le armate celtiche (boi, insubri, taurisci, taurini) e quelle dei romani. Umberto Bossi, a un congresso leghista, ne parlò accorato come fosse successo la settimana prima: «Fratelli toscani, vorremmo che il mondo celtico ricordasse con un cippo, a Capo Talamone, il monito: fu la divisione tra fratelli a renderci schiavi dei romani». Spiegò infatti, piangendo sulle sorti di re Concolitano ed Aneroesto, sfortunati protagonisti di quella sconfitta, che «l'armata padana», beffata dall'infida diplomazia romana, «fu costretta a lasciare forze ingentissime a casa per proteggere le case e le terre minacciate da altri fratelli padani. L'esercito dei Celti, forte di 50 mila fanti e 5 mila cavalieri arrivò a tre giorni di marcia da Roma ma si trovò davanti un esercito di 250 mila uomini I nostri andarono incontro a una grande battaglia dalle conseguenze incredibili, la fine del mondo celtico, la schiavitù Fu l'inizio del colonialismo». La terza volta fu nel '44, quando i nazisti in fuga misero a ferro e fuoco, devastandolo con la dinamite, l'intera contrada. C'è una foto del '45: una mamma e la sua bambina davanti a un cumulo di macerie ( vedi a pagina 15). Tutto ciò che restava della loro casa. Non era una casa come le altre. Era quella che per due giorni, dal 7 al 9 maggio del 1860, aveva ospitato Giuseppe Garibaldi. Ricostruita, è oggi in mano alla figlia della bimba di quella foto, Marina Vivarelli Mugnai. Che l'ha trasformata in un bed and breakfast. Il nome? Ovvio: «B b Garibaldi». Indirizzo: piazza Garibaldi. Che si allarga su via Garibaldi. La quale parte da Porta Garibaldi. Che fa angolo con via dei Mille (di Garibaldi). Da non confondere con via Volturno (vittoria di Garibaldi). O via Nizza (città natale di Garibaldi). Ovia Bixio (braccio destro di Garibaldi). E insomma tutto il paese ruota ancora, nella toponomastica, intorno all'Eroe dei due mondi protagonista del secondo episodio in cui la Grande Storia passò per Talamone. Occhio: nella toponomastica. Perché, per il resto, è tutta un'altra faccenda. E la prova è proprio nell'appuntamento prossimo venturo col Centocinquantenario. Per il quale, nonostante la provenienza del sindaco Matteoli da quel Msi che un tempo idolatrava la maschia impresa garibaldina e nonostante Berlusconi si sia appena profuso in mille rassicurazioni (sia pure sdrucciolando: «Se c'è un tema su cui non accettiamo una critica è quello della celebrazione del 150 anni della nostra Repubblica»: testuale) e nonostante l'impegno dei talamonesi sono previste manifestazioni miserelle. Qualche bandiera, un po' di controfagotti e la visita di Fulvio Scaparro, Gennaro Acquaviva, Marcello Veneziani. Il tutto in linea con la crisi profonda rivelata anche dalle polemiche dimissioni a cascata seguite a quelle, per motivi di salute, del presidente del Comitato, Carlo Azeglio Ciampi. Peccato. Perché Talamone fu un passaggio davvero importante per la storia italiana. E in qualche modo riassume tutto. La generosità dei volontari. L'ambiguità di Cavour e dei Savoia che dicono e non dicono, armano e non armano, appoggiano e non appoggiano. La cialtroneria «all'italiana» che tanto ci fa ancora oggi arrabbiare di qualche comprimario. Come ricorda Giovanni Russo nel libro «È tornato Garibaldi», delizioso reportage di qualche anno fa nella scia della spedizione, le munizioni erano state rubate al condottiero «da alcuni contrabbandieri a cui erano state affidate a Portofino. E i garibaldini avevano solo un migliaio di vecchi fucili, quasi tutti ad avancarica, alcuni dei quali sono ora nel museo garibaldino di Genova, ceduti di malavoglia dal generale La Farina poiché quelli più moderni, che erano stati raccolti a Milano con una sottoscrizione nazionale, non erano stati consegnati agli emissari di Garibaldi per un divieto di Cavour». «Hanno piantato in mezzo al mare le barche delle munizioni, per fare un contrabbando che prometta loro guadagni più lauti Il mondo è andato sempre così», commenta Giuseppe Bandi, poi ferito a Calatafimi e autore de «I Mille», dettagliatissimo resoconto della spedizione recentemente riedito da Stampa Alternativa. Nei depositi di Talamone e Orbetello, in realtà, scrive ancora Bandi, c'erano più rottami che armi: «Schioppacci vecchi, sciabole rugginose, trombe, marmitte ed altre ferrevecchie». Ma per i mille fu «preziosa quanto la manna degli ebrei». Così come un cannone di ferro e «una bella colubrina di bronzo lunga lunga, fusa, come si leggeva in una iscrizione incisa sulla culatta, da Cosimo Cenni fiorentino, nell'anno del Signore mille e seicento tanti». Un pezzo che chissà da quanto tempo era lì: forse dai tempi dei Borbone, quando lo Stato dei Presidi spagnoli, di cui Orbetello, l'Argentario e Talamone facevano parte, era stato annesso al Regno delle Due Sicilie diventandone l'avamposto settentrionale in terra di Toscana. Non bastasse, scrive ancora il cronista al seguito, tutti quei giovanotti sanguigni, «rotte che furon le righe, si sparsero pel paese, con terrore infinito di tutte le femmine, le quali credettero vedere in essi tanti romani al ratto delle sabine. I poveretti, stanchi del mare e del riposo forzato, appena messo piede a terra s'eran sentiti leoni, e giravano qua e là, e facean capolino per le case, e dicevano paroline dolci, e davano occhiate di fuoco, e arrisicarono (se non mentisce la fama) qualche pizzicotto. Oltre a ciò, scontenti per non trovare in quel paesucolo né vino, né pane, brontolavano fieramente, accusando di voler nascondere il ben di Dio, come se si trattasse di croati. Nacquero liti e tafferugli senza fine». Un bordello. Finché Garibaldi, che era sul «Piemonte», si stufò, «si cinse la sciabola» e si precipitò a terra come un ossesso: «A bordo tutti!». «In un batter d'occhio», annota il Bandi, «il paese fu deserto; le barche parean poche per tanta gente, e vogavano come razzi». Adesso, come razzi, corrono in macchina sull'Aurelia. Una delle strade più pericolose del pianeta. Punteggiata di mazzi di fiori lasciati dai parenti di chi ha perso la vita in una litania spaventosa di incidenti stradali. Altero Matteoli, tanti anni fa, se la cavò per un pelo. Da allora ci si è incaponito. Vuole l'autostrada. E non è il solo. In questo angolo di Maremma dove per due volte si sono incrociati i destini del Nord e del Sud dell'Italia, si incrociano ora gli affari. E che affari Contestata dagli ambientalisti, finita più volte sul binario morto, l'autostrada è stata rilanciata dal ministro per le Infrastrutture del governo Berlusconi. Che il 15 dicembre del 2009 ha fatto aprire ufficialmente il primo cantiere a San Pietro in Palazzi, nel comune di Cecina: il suo. Omeglio, il borgo natio amatissimo quanto il borgo di adozione, Orbetello. Del quale, come dicevamo, è sindaco da quattro anni. Grazie a una provvidenziale manina che nel marzo 2005, giusto qualche mese prima che lui annunciasse l'intenzione di presentarsi alle comunali all'Argentario, infilò un emendamento in una leggina con il quale fu abolito il divieto ai ministri di ricoprire incarichi di «amministratore di enti locali». Divieto introdotto appena pochi mesi prima dalla legge Frattini che doveva disciplinare i conflitti d'interessi. Direte: ma chi glielo fa fare a un ministro di gestire un comune di 15 mila abitanti? Se lo erano chiesti, a suo tempo, anche gli elettori. «Chi pensa che, se fossi eletto, farei il sindaco da Roma, si sbaglia di grosso», aveva risposto lui, «In caso di vittoria il mio impegno a Orbetello sarà a tempo pieno». Fatto senatore, e poi ministro, aveva corretto il tiro: «Passerò a fare il sindaco il fine settimana». C'è chi si lagna dicendo che è pochino? Lui tira diritto. Tanto più che quello che dovrebbe attraversare il territorio di Orbetello è forse il tratto più complicato del corridoio autostradale tirrenico. Così complicato, e a quanto pare costoso, che ora si starebbe ragionando su un cambio di tracciato rispetto a quello già approvato dal Cipe, sovrapponendo l'autostrada all'attuale Aurelia. Ma certo, se il ministro e il sindaco sono la stessa persona, tutto è più facile. Se poi il ministro nomina anche un commissario straordinario, meglio ancora. E chi è il commissario scelto da quel Matteoli che secondo Marcello Pera era così missino che «si presentò a Lucca con alla sosta delle Camicie Rosse a Talamone. Tappa all'insegna dello spirito giocoso e goliardico dei giovani volontari ma in realtà «estremamente seria», scrive il giornalista, perché qui «la spedizione si qualificò politicamente». Fu a Talamone che Garibaldi decise che l'attacco al Regno borbonico sarebbe stato regio e «centrista» (diremmo noi) e non repubblicano e mazziniano. Tanto da provocare una mini-scissione: Vincenzo Brusco Omnis, sardo, rivoluzionario e massone, con qualche compagno di fede decise di abbandonare i compagni e di tornarsene a Genova (e a mangiarsi poi le mani quando arrivò il momento della gloria, viene da pensare). Quelli che rimasero erano nervosi e timorosi del futuro: a galvanizzarli, ricorda Cavallari, provvide Nino Bixio, il vice di Garibaldi. Il suo cattivo carattere faceva più paura dei Borboni.
Corriere della Sera
24 Aprile 2010
TOSCANA - TALAMONE Il porto dove passa la Storia (e un'autostrada contestata)
GI
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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