"Le abitazioni della città vecchia non sono nate per durare" "Abbiamo i dati sulla stabilità degli edifici, ma non sono mai stati inseriti in un sistema. E lo sportello per i cittadini è stato chiuso" «La città ogni tanto si accorge di questo problema del centro storico: di solito succede quando ci sono le elezioni o quando cè un crollo. Poi si riassopisce». Accento toscano (è di Siena) ma con lanima di uno che vive a Genova da cinquantanni, lingegner Andrea Buti è uno dei pochi che da docente universitario e consulente del Comune ma anche con lo Iacp e la facoltà di Architettura, le case dei vicoli le ha studiate davvero. È sua lunica campagna diagnostica di tipo statico e tecnologico, che sia mai stata fatta in epoche recenti, alla fine degli anni novanta: 33 isolati, un ordine di grandezza di 800 appartamenti, studiati muro per muro, tra Prè e il Ghetto. Tutto documentato anche fotograficamente. «E un lavoro che mi venne affidato dal Comune dopo il crollo a Prè del 1998, quando ci fu un morto - racconta lui - crolli poi ce ne sono stati altri, lultimo nel 2007, ma per fortuna senza vittime o conseguenze». La sua specialità, dunque è la sicurezza dei vicoli rispetto al rischio dei crolli. Ma non chiedetegli se il centro storico è sicuro. «Come si fa rispondere?», dice. Se non lo sa lei... «Il centro storico di Genova, inteso come gli edifici di civile abitazione (e non i palazzi monumentali o nobiliari) non nasce per sfidare il tempo e durare. Gli edifici di civile abitazione nascono al risparmio. Nel centro storico di Genova predomina il legno, nei solai, i tetti, le strutture delle scale. La sua forza - racconta lingegner Buti - la prende dal fatto che gli edifici sono attaccati uno allaltro. Ed è anche il punto di debolezza perché se manca un anello, la catena si spezza». Dunque, è sicuro? «La conoscenza dello stato degli edifici è un fatto fondamentale. Il Comune aveva aperto uno sportello del centro storico, dove avrebbero dovuto essere disponibili, gratuitamente, per i cittadini tutti i dati degli studi sugli edifici. Sono stati preparati i locali, portati i computer ma a parte gli studi storici del professor Ennio Poleggi, i dati tecnici di interesse del cittadino che deve acquistare un appartamento e sapere se sono stati fatti lavori, non sono mai stati caricati nel sistema. Poi lo sportello è anche stato chiuso, giustamente perché non funzionava. Si trattava di raccogliere e inserire dati in continuo aggiornamento». E quei dati? «Non so. Daltronde non si può pretendere che il Comune sostenga continuamente il costo di campagne di verifica statica, né che se ne occupi chi ci vive, persone che spesso hanno il problema di conciliare il pranzo con la cena. Il problema è a monte ed è parlare di centro storico avendo chiaro che cosa si intende farne. Conservare va bene ma bisogna conciliare con il vivere moderno in condizioni di sicurezza statica e con lacqua che arriva nelle case: nel Ghetto, ad esempio, ai piani alti lacqua non arriva. Eppure è stata fatta una campagna per rifare le facciate». Non ricomincerà con la vecchia diatriba del diradamento su cui Genova si è arenata ventanni? «Fosse per me proporrei un diradamento verticale, vale a dire tagliando uno o due piani, i piani alti che sono i più "ballerini" nelle case del centro storico. Però la soprintendenza non ci sente e poi si pone il problema delle persone che vivono in quegli appartamenti». Di sicurezza degli edifici del centro storico genovese («che non è il più grande dEuropa, è uno dei più grandi ma è il più densamente abitato»), si parlerà domani in un convegno degli ordini degli Ingegneri, dei medici, con le due soprintendenze, il Comune, i vigili del fuoco. «Io spero - conclude Buti - che sia la volta buona per cominciare un percorso in cui si lavori tutti insieme».