"Così è più difficile uscire dal commissariamento" "Senza sgravi fiscali, non si può pretendere che i privati finanzino la lirica" La tempesta che si è riversata sui teatri dellopera italiani non ha preso in contropiede Sergio Cofferati, eurodeputato del Pd. Lui la situazione disastrosa delle fondazioni lirico-sinfoniche la conosce bene. Sia come appassionato sia per essere stato, da sindaco di Bologna, il presidente della fondazione Teatro Comunale di quella città. Ma se la situazione è davvero drammatica, dice Cofferati, quanto proposto dal decreto Bondi - che dovrebbe andare alla firma del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, domani o martedì - «finisce per essere inefficace e dannoso». La bocciatura da parte di Cofferati del provvedimento legislativo varato dal consiglio dei ministri è secca: «Il decreto Bondi è il classico topolino partorito dalla montagna. Che non risolve niente e fa solo danni». Però anche lei, Cofferati, deve ammettere che la situazione delle fondazioni liriche è in uno stato precomatoso... «Ma certo con quel decreto non si migliorano le cose, anzi. È vero però che il futuro di quasi tutti gli enti lirici, se si fa eccezione per la Scala di Milano, si annuncia difficile. Ragione per cui un intervento adeguato avrebbe dovuto riguardare la riforma delle fondazioni liriche». E invece? «Invece il decreto Bondi interviene sulla contrattazione collettiva. Che non è di competenza del governo». Riconosca che la difesa corporativa attuata dalle organizzazioni sindacali fa a pugni con il risanamento delle fondazioni... «Ma i sindacati sanno benissimo che gli attuali costi di produzione sono insostenibili e che devono comunque collaborare alla loro riduzione. La strada è quella, credo che nelle organizzazione sindacali ci sia questa consapevolezza. Ma certo se li privi della loro autonomia, ne scateni le reazioni. E infatti è quello che sta accadendo un po in tutti i teatri». Torniamo alle fondazioni: per quanto i costi di gestione possano calare, è ovvio che le risorse dello Stato e quelle che vengono dai biglietti non bastano comunque a coprirli. E dunque? «Allora bisogna adottare un modello di governance che favorisca lingresso dei privati. Ma non si fa niente per attirarne linteresse». Eppure lingresso dei privati è auspicato da tutti... «Peccato che non si faccia lunica cosa che potrebbe attirarli». Vale a dire? «Fornire dei vantaggi fiscali a chi investe nelle fondazioni. Come accade nel mondo anglosassone. Parlo non a caso di investimento: filantropi ce ne sono pochi, gli investitori potrebbero essere ben di più se le condizioni fossero diverse». Inizialmente il decreto Bondi prevedeva dei teatri di serie A - Scala e Santa Cecilia di Roma - e tutti gli altri di serie B. È giusto? «Credo che la situazione della Scala effettivamente sia particolare e dunque andrebbe tenuta separata da quella degli altri teatri. Questi però dovrebbero partire alla pari. Sennò il risultato sarà quello di scatenare una campagna campanilistica». In questo quadro drammatico la situazione del Carlo Felice sembra ancora più delicata... «Oltretutto il teatro genovese è ancora commissariato. E tornare alla normale gestione in questa situazione è ancora più difficile». Sarebbe forse auspicabile una proroga del commissariamento? «Non conosco le condizioni economico-finanziarie, non sono in grado di dire se sono tali da permettere la fine del commissariamento. Ma certo è che, se le condizioni sono sufficienti a consentire la gestione ordinaria, allora prima finisce il commissariamento meglio è». Poi cè anche la spaccatura sindacale, che qui sembra più estesa che in altre città. «I rapporti sindacali sono tesi in quasi tutti i teatri. Va da sé che le divisioni non aiutano, né nella vita normale né nelle situazioni di emergenza come questa». Cofferati, cè un futuro per la lirica in Italia? «Temo una diaspora corporativa, il tentativo di far considerare il proprio territorio diverso da quello degli altri. Questo porterebbe soltanto a una frantumazione sociale, non alla soluzione dei problemi».