Unità d'Italia. Telefonata dopo le polemiche nel comitato dei garanti. Palazzo Chigi: continuiamo il suo lavoro Berlusconi chiama l'ex presidente. Che replica: è solo un problema anagrafico È stato un colloquio molto cortese La mia decisione di lasciare non ha alcun sottofondo politico E' quasi l'ora di cena quando il telefono squilla nella casa romana di Carlo Azeglio Ciampi, in via Anapo. All'altro capo del filo c'è il presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi, in tono estremamente cordiale, chiede all'ex capo dello Stato di ritirare le dimissioni dalla guida del comitato dei garanti per le celebrazioni del 150 anniversario dell'Unità d'Italia. «E' stato molto cortese e insistente - riferisce Ciampi - nel chiedermi di rimanere. Ma io non ho potuto fare altro che confermare la mia decisione. Come ho scritto nella lettera, la mia rinuncia è dovuta esclusivamente a motivi di salute e di anagrafe: non ha alcun sottofondo politico». In questo modo Ciampi risponde indirettamente anche a chi ha creduto di cogliere nel suo gesto sottintesi polemici. In particolare ai membri del comitato che hanno annunciato a loro volta le dimissioni, ritenendo che, senza l'ex presidente della Repubblica, non ci siano più le condizioni per andare avanti. «Nessuno è insostituibile - si schermisce Ciampi - e tanto meno io. Chi presiede il comitato deve anche assicurare una presenza alle diverse cerimonie per il centocinquantenario: il primo appuntamento è già tra un palo di settimane, a Quarto, Marsala e Calatafimi. E io non sono davvero nelle condizioni di assumere impegni del genere». D'altronde Ciampi, come lui stesso tiene a rimarcare, non ha lasciato «un posto vuoto». Nelle funzioni da lui ricoperte è subentrato formalmente il vicario, l'ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Conso, il quale puntualizza di aver già preso possesso dell'incarico, sia pure con «il compito esclusivo e doveroso di provvedere all'ordinaria amministrazione». E a sua volta Berlusconi ha assicurato a Ciampi che il programma di iniziative cui si è finora lavorato «continuerà a pieno ritmo». La telefonata del capo del governo viene incontro anche all'esigenza posta da Alberto Melloni sul «Corriere» di ieri e da altri membri del comitato, che hanno chiesto di dare un segnale nel senso della continuità, come viatico per la prosecuzione dell'opera di un comitato che finora ha avuto in Ciampi il suo animatore convinto e appassionato. Nessun ulteriore commento viene intanto da Gustavo Zagrebelsky, membro del comitato e autore della lettera di dimissioni cui hanno aderito Ludina Barzini, Marta Boneschi, Ugo Gregoretti e Dacia Maraini. Al computo dei dimissionari va aggiunta Valeria Della Valle, docente di Linguistica all'Università «La Sapienza" di Roma, che però ha assunto l'iniziativa del tutto autonomamente non appena è venuta a conoscenza dell'abbandono di Ciampi: «Avevo aderito al comitato con energia ed entusiasmo - sottolinea la studiosa - ma con il passare del tempo ho avuto sempre più l'impressione di lavorare a vuoto. Né sono bastate le rassicurazioni del ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, che hanno avuto purtroppo scarso seguito. Abbiamo avuto la sensazione di mandare impulsi senza ricevere alcuna risposta. Eppure questo anniversario sarebbe un'occasione preziosa, ad esempio, per rilanciare il valore unificante della lingua nella costruzione della nazione italiana». Se alcuni hanno deciso di dimettersi per il venir meno della presenza di Ciampi, c'è anche chi del comitato non ha mal voluto far parte, anche se il suo nome era stato incluso nel decreto di nomina. Si tratta del professor Ettore Albertoni, studioso delle dottrine politiche, già assessore leghista della Regione Lombardia e consigliere d'amministrazione della Rai in quota Carroccio: «Sono stato nominato senza neppure essere avvertito e ho immediatamente chiarito che non intendevo partecipare al lavori. Trovo assurdo che degli studiosi vengano chiamati a fare i garanti della costruzione di opere pubbliche, tipo l'aeroporto di Perugia». In realtà proprio Ciampi ha fatto in modo che i compiti del comitato fossero estranei ai progetti infrastrutturali e riguardassero solo l'aspetto culturale delle celebrazioni. Ma ciò non è bastato a convincere Albertoni, le cui riserve riguardano anche il merito dell'iniziativa: «Come ho scritto di recente sulla Padania , l'unico modo serio di ricordare 150 anni del regno d'Italia consiste nello scrivere una contro-storia della società civile. Nella permanente crisi istituzionale e politica dello Stato centralista, analizzata già alla fine dell'Ottocento da Gaetano Mosca, il fenomeno storico da mettere in rilievo è come la nostra gente (artigiani, contadini, imprenditori, medici) sia riuscita a far progredire il Paese, sconfiggendo miseria e malattie, nonostante il malgovemo e le continue guerre. Queste sono le conquiste importanti: il resto interessa soltanto il palazzo, impegnato nelle sue sterili autocelebrazioni retoriche».