Più grave di tutti gli altri, perché è stata contestata lipotesi dolosa, che prevede la reclusione fino a dodici anni. Ipotesi, questa, accreditata da una situazione, che non è esplosa allimprovviso, come il disastro del Vajont o dellIcmesa di Seveso. Linquinamento, infatti, si è protratto per moltissimi mesi se non per anni, avvalorando il dolo eventuale dei protagonisti: costoro hanno avuto tutto il tempo per rendersi conto del pericolo causato alla pubblica incolumità, col danno anzi arrecato, in questo caso, alla salute delle popolazioni. Una situazione analoga, sia detto per inciso, a quella su cui si ritrova a indagare la Procura della Repubblica di Napoli, che però non ha ancora contestato il medesimo reato di disastro ambientale a coloro che avevano dato causa alla catastrofe dei rifiuti in Campania. Anche qui non solo col pericolo di epidemie, ma addirittura con danno alla salute delle popolazioni, come è stato documentato dalla sentenza del marzo scorso della Corte di Giustizia europea, che ha perciò condannato il governo italiano. Ma, ritornando ai più celeri magistrati di Santa Maria Capua Vetere e di Nola, laltra novità consiste nellapplicazione del principio secondo cui, in materia di reati ambientali, che spesso si trascinano nel tempo, gli organi di controllo, che avrebbero dovuto attivarsi per scongiurarli, non sono meno responsabili di coloro che li hanno commessi. Per cui sono stati opportunamente incriminati dalle due solerti Procure anche gli organi regionali rimasti inerti e impassibili a fronte dellinquinamento in atto. Lapplicazione del principio per cui i controllori sono responsabili quanto i controllati, è molto importante perché intesa a responsabilizzare gli organi della amministrazione rispetto alle situazioni su cui sono tenuti a vigilare. Non ha senso che lArpac effettui i prelievi che denotano la presenza di scarichi inquinanti, se poi gli organi di vigilanza non si precipitano a detronizzarli e a individuare i responsabili. Nello Stato di diritto, come è noto, ci sono due fasce: luna sovrapposta allaltra e complementari. Quella sottoposta dellazione repressiva della giurisdizione, affidata alle magistrature, ordinaria, amministrativa e contabile. E quella a monte dellazione di vigilanza e controllo della pubblica amministrazione. Se gli organi deputati alla vigilanza non funzionano, le irregolarità, che la loro azione avrebbe dovuto tempestivamente intercettare, impedire e correggere, si scaricano sulla fascia sottostante. Sta accadendo - specie per i reati ambientali, ma anche per quelli urbanistici, come è successo in Campania - che le magistrature sono diventate gli unici organi di controllo, su cui si scaricano fatti illeciti e atti illegittimi, che avrebbero dovuto essere per tempo contrastati e detronizzati a monte da unefficace azione di prevenzione e di vigilanza dellAmministrazione. Di qui un ingolfamento delle magistrature, che si ritrovano un lavoro maggiore di quello che sarebbero chiamate a smaltire. Il venir meno dellazione di vigilanza degli organi a ciò appositamente deputati venne opportunamente evidenziato dal presidente della Repubblica allesordio del suo mandato, nel luglio 2006. Il Capo dello Stato prese spunto dal duplice omicidio colposo in persona di due sventurate operaie di un materassificio a Montesano in provincia di Salerno, vittime di un incidente sul lavoro occorso nel più assoluto e manifesto disprezzo delle misure di sicurezza. La loro violazione, infatti, avrebbe potuto e dovuto essere tempestivamente rilevata. Per cui il presidente Napolitano sollecitò «indagini approfondite e severe sul piano amministrativo e giudiziario anche nei confronti dei titolari di responsabilità pubbliche in materia di rispetto delle norme di legge relative allosservanza delle misure di sicurezza». Col suo intervento, cui la stampa nazionale diede ampio risalto con servizi a tutta pagina, il Capo dello Stato volle riaffermare il principio secondo cui non impedire un evento, che si ha lobbligo giuridico di impedire, equivale cagionarlo. Al di là dellepisodio che vi aveva dato occasione, quella del presidente Napolitano, che è anche presidente del Csm, suonava come una precisa esortazione alle Procure della Repubblica. Queste erano chiamate a interrogarsi di volta in volta se il reato avrebbe potuto esser scongiurato, ove i servizi ispettivi avessero fatto rispettare le norme volte a evitarlo, come era loro preciso compito. La preoccupazione del Capo dello Stato era quella di ottenere, in prospettiva, una maggiore responsabilizzazione degli organi di controllo, senza la cui diligenza ogni misura da osservare resta sulla carta. Alla esortazione del Presidente hanno opportunamente corrisposto in questi ultimi tempi i magistrati inquirenti, ravvisando una omissiva cooperazione colposa nel difetto di vigilanza da parte di organi amministrativi, che altrimenti avrebbero dovuto contrastare e impedire un comportamento penalmente rilevante. Come nel caso del dirigente del settore Ecologia di una provincia del Nord dItalia, perseguito e inseguito dai pubblici ministeri e dallAvvocatura dello Stato fin in Cassazione per concorso nel reato di disastro ambientale, perché, chiamato a sorvegliare lo smaltimento dei rifiuti tossici delle imprese, non si era affatto preoccupato di impedirne lillecito smaltimento (Cassazione, sezione IV, 1852007, n. 19342, Rubiero e altri). Una giurisprudenza, questa della Suprema Corte, da tenere nel debito conto in Campania, dove i rifiuti tossici di imprese del Nord per anni sono stati impunemente trasportati finanche da autotreni con rimorchio, con la complicità degli organi di controllo, che in modo risibile si accontentavano dei relativi fogli di accompagnamento puntualmente falsificati. Lautore è presidente aggiunto della Corte di Cassazione