Torna a splendere dei suoi colori originari la pala dell'Assunta fra i santi Pietro e Paolo della seicentesca chiesa di San Pietro. Il dipinto è stato restaurato nel 2009 da Alberto Dal Medico, sotto la direzione della soprintendente Anna Malavolta. L'impulso al restauro è venuto dalle ultime volontà espresse da una colognese, Carla Caldana, appartenente all'Ordine francescano secolare e all'Apac (Associazione pensionati attivi colognesi). Caldana era molto affezionata alla pala che un tempo faceva bella mostra di sé sull'altar maggiore della chiesa di San Pietro. La donna, infatti, abitava a poca distanza dall'ex convento delle suore Cappuccine e probabilmente aveva frequentato per anni quei luoghi. Deve aver sofferto molto constatando lo stato di abbandono e di degrado in cui è precipitata nell'ultimo trentennio la chiesa. Quando, a marzo 2009, Caldana è morta, i suoi parenti si sono fatti avanti per proporre il restauro di una parte del patrimonio artistico della chiesa, col lascito della benefattrice. Si è pensato subito all'imponente pala di 2 metri per 170 centimetri, dipinta a fine Seicento da Simone Brentana: sei mesi di lavoro per riportarlo all'origine. Il problema successivo è stato quello di trovargli una collocazione. Purtroppo la chiesa di San Pietro è chiusa da 20 anni ed è pericolante perciò non è stata neppure presa in considerazione. È stato perciò inserito un impianto di allarme in sacrestia del Duomo, dove il dipinto è stato affisso in un posto d'onore: è qui che sarà inaugurato, domani, alle 18. Ci saranno rappresentanti di Apac e casa di riposo - proprietaria della chiesa di San Pietro - la famiglia Caldana, il parroco monsignor Antonio Corrà. Il restauro della pala dell'Assunta riporta all'attenzione il problema delle condizioni in cui versa San Pietro. I consiglieri di minoranza hanno chiesto al sindaco di impegnarsi a promuovere una conferenza di servizi con gli enti di tutela dei beni architettonici, per preservare e recuperare il patrimonio del complesso delle Cappuccine. Dal presidente dell'Ipab Claudio Olivato, però, non giungono buone notizie: «Ci stiamo muovendo per mari e monti per un finanziamento, ma troviamo tutte porte sbarrate», dice «e ci vorrebbero almeno 200mila euro per mettere in sicurezza il tetto, poi molto altro per tutto il resto. Neppure gli imprenditori locali, in un periodo di crisi come questo, se la sentono di darci una mano».P.B.