La burocrazia non premia il talento, ma la sottomissione e gli amici degli amici E' la società civile che deve sostenere l 'arte: se non è così prima o poi ci sono effetti nocivi su libertà, qualità moralità pubblica LO Stato non premia il talento, bensì la sottomissione». Nella smemoratezza temporanea che mi provoca il digiuno sono incerto se l'autore della citazione sia Pio Baroja oppure qualcun altro. Ma anche se il nome dell'autore mi sfugge, sono convinto che si tratti di una verità fuori di dubbio e per questo diffido dei privilegi e del tratto preferenziale che secondo molti lo Stato dovrebbe riservare agli artisti e ai creatori al fine di fomentare la cultura. Naturalmente non sono contrario al fatto che scrittori, musicisti, danzatori, cineasti, scultori, pittori ricevano aiuto per tirare avanti. Tuttavia, per essere efficace e non condizionarne la libertà, il sostegno deve arrivare soprattutto dalla società civile e non dalla burocrazia, perché lo Stato (che in questo come in molti altri casi non si distingue dal governo), impone un prezzo che prima o poi ha effetti nocivi sulla cultura oltre che sulla salute civica e morale della società nel suo complesso. Questo punto è basilare quando si chiede allo Stato di diventare il grande sponsor e mecenate grazie al quale le lettere e le arti potranno prosperare senza essere contaminate dalle cattive influenze statunitensi e senza che l'identità culturale del Paese ne soffra: quale prezzo si paga per questo? Ho il sospetto che il problema non preoccupi molto per questo motivo: e cioè che la Spagna è un paese democratico e nelle democrazie, al contrario di ciò che avviene nelle dittature, i governi non pretendono (e se ci provassero non ci riuscirebbero) di imporre alcuna forma di dirigismo culturale, né di introdurre meccanismi di censura, né di convertire in adulatori gli artisti e i creatori che beneficiano dell'aiuto statale, perché né l'opinione pubblica né gli stessi beneficiari lo tollererebbero. Tali comportamenti sono esclusivi dei regimi totalitari, come l'URSS e la Cina di Mao in passato, o al giorno d'oggi Cuba e la Corea del Nord. In questi paesi gli artisti e gli intellettuali possono godere di uno status privilegiato nei confronti del resto della società se accettano sia nel proprio lavoro che nella vita pubblica il ruolo di cortigiani e ubbidiscono acriticamente alle consegne ideologiche del regime. In questi casi estremi di strumentalizzazione dell'intellettuale o dell'artista la cultura veramente creativa si fa al di fuori del circuito ufficiale, nelle catacombe e le tenebre marginali dove sono stati cacciati i dannati, ovvero, i Joseph Brodski, i Kundera, i Mrozek, i Solzenicyn. Purtroppo la cultura non agisce da strumento di sottomissione e da turibolo soltanto negli stati totali-tari. Ricordo che a un congresso del PEN Club uno scrittore dell'Arabia Saudita ci spiegò in questi termini perché i poeti della sua terra non patiscono l'emarginazione e le difficoltà che affliggono i colleghi occidentali: finito di scrivere un libro lo si spedisce al re, il quale, essendo un amante delle arti, restituisce al mittente un generoso assegno. . Probabilmente nessun sistema sia stato così raffinato e abile nello strumentalizzare la cultura al servizio del potere quanto il PRI messicano. Durante gli ottantatré anni di occupazione del potere da parte di questo partito numerosi artisti ed intellettuali ricevettero dal regime incarichi e nomine più o meno importanti a seconda del prestigio del beneficiario : in ambasciate, istituti culturali, università, ministeri e altro. Ma a differenza delle rozze tirannidi che trasformano i loro protetti in abietti adulatori, il PRI non pretendeva né elogi né difese, anzi, riconosceva ai clientes il diritto' a criticare e fustigare gli errori del governo consentendo loro di fare la bella vita e di avere la coscienza a posto. La dittatura perfetta riusciva in onesto modo ad apparire come la democrazia perfetta e soltanto gli imprudenti che superavano il limite di guardia criticando il regime in maniera troppo aspra andavano il galera o erano vittime di incidenti. È vero che nelle democrazie come quella spagnola certe cose non accadono. Il meccanismo che potrebbe determinare un eccesso di ingerenza da parte dello Stato finanziatore della vita culturale attraverso leggi straordinarie che fissano tariffe doganali, sussidi o quote, è infinitamente più complesso e diffuso, ma non per questo risulta meno dannoso per l'esistenza di una cultura libera e critica capace di mettere perennemente in discussione i valori e le istituzioni esistenti. Tale tipo di cultura non può sorgere in una società dove la vita artistica e letteraria poggiano su aiuti che in verità diventano rapidamente e inconsapevolmente rendite, concessioni, privilegi, creando uno stato di dipendenza del patrocinato nei confronti del patrocinante. Anche con le migliori intenzioni un siffatto sistema degenera sempre in discriminazione per motivi sia personali («gli amici degli amici») che di lealtà (o slealtà) politica distorcendo in maniera tanto discreta quanto profonda le nobili finalità per le quali è nato. Nel frattempo esso stimola la formazione di gruppi di pressione allo scopo di accaparrarsi la parte del leone delle elargizioni statali e alla fine chi riceve più aiuto non è il più bisognoso bensì colui che riesce a premere meglio. Indubbiamente coloro che hanno accesso ai media - il terrore dei governi - si trovano in una posizione di superiorità assoluta nei confronti degli altri artisti perché si fanno sentire meglio. Chi alza allora la voce in favore dei ballerini e dei musicisti, ad esempio, veri orfani fra gli orfani del mondo dell'arte? Alla fine, in un sistema con queste caratteristiche prima o poi si consolida una cultura papavero come quella che, ahimè, sembra voler prevalere anche nelle società democratiche del mondo occidentale. L'illuminante espressione «arte papavero» venne utilizzata per la prima volta negli anni quaranta del secolo scorso dal poeta surrealista peruviano Cèsar Moro in una polemica con il poeta cileno Vicente Huidobro che, a differenza del pacato scambio di vedute che mantengo con Molina Foix e Vidal-Beneyto, fu di una asprezza e una ferocia molto surrealiste. Come il bianco papavero da oppio dalle foglie ruvide, il sussidio ufficiale debilita dall'interno fino all'esaurimento l'attività creativa. L'artista diventa meno pugnace, meno audace, meno indipendente, meno libero. Pur non esigendo nulla dalla creatività, la dipendenza la rende banale. Non bisogna lasciarsi ingannare dalle sue in scienze, dalle acrobazie verbali, dai gesti spettacolari che spesso mascherano soltanto il vuoto. L'arte papavero distrae, intrattiene. Nei momenti migliori è brillante, seduttrice. Perché chiedere di più? C'è ancora in giro qualche imbecille che crede che un romanzo, un film, uno spettacolo di balletto o una messa in scena teatrale possano esercitare un effetto sismico sulla vita delle persone e cambiare il corso della storia? Sì, il sottoscritto. Io sono convinto che il creatore debba difendere con le unghie e con i denti la propria indipendenza nei confronti del potere senza ubbidire ad altri demoni che le proprie idee e ossessioni. Alla bisogna deve cercare aiuto in ogni angolo della società, ma come faceva Bunuel, il quale chiedeva soldi alle contesse ma mai ai governi. I veri artisti, i veri creatori, sono sempre dei contro governi, dei governi ombra che non smettono mai di impugnare le certezze, le retoriche, le finzioni, le verità ufficiali. Attraverso le opere che dipingono, compongono o narrano essi ci ricordano perennemente che, al contrario di quanto sostiene il potere, il mondo va molto male e la vita reale è sempre al di sotto delle aspettative e dei sogni delle persone. Questo hanno fatto in passato e fanno oggi quei propagatori dell'insoddisfazione che Rimbaud chiamava orribili lavoratori. Qualcosa non funziona nella cultura di un paese quando, anziché lottare per cambiare il mondo e rivoluzionare la vita, gli artisti si sforzano di conquistare protezioni e sussidi ufficiali. Per questo motivo è preferibile che lo Stato, se ha intenzione di promuovere la cultura, trasferisca il grosso del compito alla società civile attraverso politiche, quali gli incentivi fiscali, che stimolano il mecenatismo e le iniziative culturali private. In questo modo l'aiuto decentrato si diversifica, i pericoli del favoritismo e la discriminazione si allontanano e l'effetto soporifero del monopolio statale sulla cultura è molto contenuto. Octavio Paz l'ha spiegato con molta lucidità: si incomincia chiedendo sussidi all'«orco filantropico» per poter creare e si finisce creando per poter ottenere sussidi. I paesi anglosassoni sono un buon esempio dei benefici della cessione delle attività di promozione culturale alla società civile da parte dello Stato. In Inghilterra, per fare un esempio, il teatro è meno protetto che nel resto dell'Europa occidentale ma questo non gli ha impedito di diventare da decenni il migliore del mondo. Conosco fin troppo bene le-enor-mi difficoltà che devono sfidare i cineasti, gli autori teatrali, i registi all'inizio della carriera. Cosa dire dei musicisti, dei ballerini, degli scultori? Per scrivere una poesia o un romanzo bastano carta e matita, certo, ma nella stragrande maggioranza dei casi lo sforzo che un giovane scrittore deve fare per trovare un editore disposto a pubblicare e distribuire i suoi libri non è inferiore a quello che tocca al giovane regista cinematografico in cerca di un produttore per il suo film. Ben vengano gli aiuti, purché arrivino a coloro che ne hanno bisogno senza limitarne l'originalità e Indipendenza. C'è chi è allarmato dai monopoli che minacciano il mondo della comunicazione. Noi liberali sappiamo meglio di altri che i monopoli sono sempre una fonte di inefficienza e di corruzione. Tutti i monopoli, compresi quelli culturali.
La Stampa
9 Agosto 2004
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La Stampa
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