E boom delle mostre archeologiche: dalle statue delle matrone di corte alle foto dei monumenti di Roma antica La grande mostra fotografica dei monumenti archeologici di Roma antica, a cura di Gabriele Borghini, Paola Càllegari e Le-la Nista, oltre ad offrire una eccezionale mole di immagini per lo più inedite e certo mai prima d'ora così sistematicamente presentate, offre ai visitatori la suggestiva occasione di addentrarsi negli immensi magazzini oleari delle Terme di Diocleziano che da moltissimi anni erano stati preclusi al pubblico. Il riuso comincia infatti proprio dalla sede nella quale la mostra si svolge. Una vera e propria riappropriazione di uno spazio urbano da parte della popolazione alla quale l'esposizione viene offerta dopo anni di gelosa custodia di questi ambienti da parte dell'autorità e degli studiosi di archeologia che non aspettano altro che di poter vantare l'occasione di mostrare a1 pubblico il bene,(da Ipr. ro stessi) precluso. E così si può parlare di "riuso" dopo aver pronunciato la parola "riappropriazione" per spiegare il senso del termine "reimpiego" che dà la misura di come in realtà si sia svolta gran parte della storia dell'arte a Roma: città nella quale tutti i monumenti, fin dall'antichità sono stati reimpiegati, riutilizzati, purtroppo spesso ristrutturati e molti dei quali in virtù di questo "ri" definitivamente scomparsi per poterne "ri"fare altri: ed è questa la storia di Roma che ha reimpiegato i marmi del Colosseo, delle Terme di Caracalla, dell'Appia Antica e delle stesse Terme di Diocleziano per costruire altri monumenti rinascimentali o barocchi a spese dell"'antico". Ed è così che sono definitivamente scomparsi dopo il Settizonio, le gradinate del Circo Massimo e i marmi di innumerevoli altre vestigia, sino all'Ara Pacis di Augusto che dopo il reimpiego di quell'Auditorium finalmente scrostato fu dal fascismo ambientata nella cornice piacentiniana che, unica eccezione degnamente pregevole, era contenuta nella discreta e dignitosa architettura dell'edificio di Morpurgo da tre anni indegnosamente e frettolosamente abbattuto per far posto a questo turpe contenitore dell'architetto americano che ha voluto mettere le magnifiche antichità di Roma in una sorta di garage. Per cui parlare di riuso non sempre giova. Così che oggi non senza una certa malinconia vediamo che tutte queste riappropriazioni nascondono e tacciono di una città archeologica ottocentesca che forse era meno praticabile da automobili e motorini ma che certo era più bella e più suggestiva. E concludiamo questa perorazione soffermandoci sulle altre mostre archeologiche che la città offre al suo pubblico. Ma nel caso della mostra che si svolge a Tivoli all'Antiquarium del Canopo di Villa Adriana («Adriano. Le memorie al femminile», fino al 25 settembre) c'è il pretesto di riutilizzare anche il celebre libro di Marguerite Yourcenar per connotare la figura di quel grande imperatore che fu Adriano esponendo i ritratti delle donne che costituirono l'ambiente che lo circondava e nel quale si esercitò il suo potere. Includendo fra queste immagini di matrone influenti e altolocate anche un ritratto di Antinoo il bellissimo efebo che tenne a lungo le chiavi del cuore dell'imperatore, prima di morire precocemente. Ma l'esposizione serve anche a mostrare un interessante aspetto di costume, aprendo interessanti squarci sulla moda dell'epoca, con gli abiti e le acconciature elaborate e arricciolate delle matrone. Ed evoca la vita di quella corte imperiale che si svolgeva all'interno della villa in cui Adriano racchiuse i suoi ricordi e i suoi sogni e che doveva essere un'ottava meraviglia del mondo antico. Così che la mostra, in verità modesta, si riscatta nelle straordinarie sensazioni che suscita riuscendo a provocare, specialmente dopo la lettura del catalogo Electa che di quelle lontane signore di marmo racconta la vicende. La terza mostra, Augusta Capita, appena conclusa all'Accademia di Francia nell'Atelier Balthus, convalida l'estensione del fenomeno archeologico nell'antica Roma, in quanto i pregevolissimi ritratti di Tito, Giulio Cesare e di una figura femminile di età giulio-clau-dia, identificata come Antonia Minore o Agrippina Maggiore, provengono da Pantelleria, estrema provincia dell'impero e sono stati inoltre fotografati da Fabrizio Ferri. Le tre mostre in effetti dimostrano come i materiali di cui ci si può "riappropriare" a Roma sono innumerevoli e tantissimi ancora,troppo ben tutelati, ben nascosti e ben conservati entro magazzini e depositi dai quali ogni tanto qualche pezzo disgraziatamente scompare ad uso (riuso) di sistemazioni meno opportune se non addirittura "riappropriati" da spregiudicate operazioni, di "riutilizzo" e chiamiamole così per carità di patria.