È UN QUARTIERE medioevale, una propaggine del centro storico che si allunga verso le alture. Andando a sfiorare piazzette con l'ultimo albero di giuggiole, con i resti di un complesso conventuale cistercense oggi popolato da coppie e studenti, terrazze minuscole ma cariche di limoni e micro-appartamenti dove il sole non è mai entrato, nel buio dei caruggi in salita, dove ancora compaiono le scritte delle Brigate Rosse insieme alle targhe delle strade, evocative di profumi, dal cioccolato alle fragole, perchè qui avevano casa e bottega, nei secoli, quelle categorie di commercianti. Quartiere antico come antica è la chiesa del Carmine, un impianto gotico duecentesco, dove nei mesi scorsi il docente universitario storico dell'arte Clario di Fabio, che abita in zona con la moglie Maria Flora Giubilei, ha riconosciuto e individuato gli affreschi di un autore trecentesco, allievo di Cimabue. Il parroco Don Davide Bernini, intellettuale e sempre attivo quando si parla di coinvolgere il quartiere in imprese culturali, conserva il cruccio di San Bartolomeo dell'Olivella che la Soprintendenza da troppo tempo garantisce di avere a cuore. Piccola chiesa romanica, del 1305, in cima ad una creuza del Carmine, con affreschi dei Carlone massacrati dall'incuria e da un soppalco piazzato lì decenni fa quando la chiesetta veniva usata come cinema e quindi come magazzino, San Bartolomeo aveva tele di Luca Cambiaso. È il passato. Ma il futuro? «La Soprintendenza sta elaborando un progetto» è ottimista il parroco. Aldo Padovano, lo storico e scrittore che abita in questi caruggi, (e che ha da poco pubblicato una insolita guida sulla storia di Genova) annota che a suo tempo il Carmine si è salvato grazie al fatto che la speculazione ottocentesca che ha abbattuto tutto il tessuto antico rifacendo Vallechiara e Sant'Agnese, ad un certo punto si è fermata, salvando una parte del Carmine. Quanto al sistema delle creuze qui particolarmente evidente, dice: «Se facessero un recupero filologico è un conto, se si muovono con le solite oscenità delle pezze di cemento, meglio lasciar perdere». L'architetto Stefano Collareta, titolare della omonimo centenario negozio di stoffe e tappezzerie, il più storico della zona, indicando la sfilza di cassonetti già a nascondere la struttura risanata del mercato, dice: «O hanno un progetto di eccellenza su questo contenitore che riqualifichi e rilanci veramente la zona o sarà un'altra occasione persa. Immagino una cosa stile Slow Food». Quella che su internet viene definita la Montmartre di Genova, in realtàè una porzione di città un po' umida e spenta. Nonostante i baretti cordiali, le pergole accattivanti, le madonne protettive. Paolo Agosto gestisce da poco l'Osteria del Carmine. Dice: «C'è un controllo sociale importante, è un posto che ha i pregi di un paese. Ma qualcosa deve cambiare, altrimenti si muore». E non a caso l'arrivo di un giovane antiquario, che ha aperto un negozio due mesi fa, è apparso come un segno epifanico «Una luce nel buio» scherza. Ma, aggiunge: «Ho fiducia, è una zona di passaggio. Con il nuovo mercato lo sarà sempre più». D. B.