Dove cerano paludi e lande desolate padiglioni hi-tech e grattacieli tra i più alti del mondo Così la città che vuole soppiantare New York si è preparata allEsposizione universale In vista dellevento retate di dissidenti e criminali: nulla deve turbare la manifestazione Ventanni fa lisola di Pudong era una palude dove i pescatori del Mar Giallo morivano di malaria. Al di qua del fiume Huangpu, a Puxi, le ex concessioni coloniali hanno conosciuto lasfalto nel 1978. Nel parco del Bund, il lungo fiume appena trasformato in una passerella di tre chilometri sui grattacieli più alti della terra, i cinesi non erano ammessi. Nello stesso luogo dove nel 1921 è nato il partito comunista di Mao, ma in una metropoli irriconoscibile dai suoi stessi 18 milioni di abitanti, apre ora la World Expo più grande della storia. E un passaggio di consegne, come lo fu la prima esposizione universale a Londra nel 1851, quella di Parigi nel 1900, le americane nel secondo dopoguerra del secolo scorso. La guida del pianeta emigra dallOccidente e ritorna in Oriente, nel cuore dellAsia. Camminando tra i 242 padiglioni che dal primo maggio saranno visitati da 80 milioni di persone, lascesa della Cina al vertice delleconomia e della finanza diventa una transizione già storicizzata. Un evento fisicamente impressionante, non solo unimpresa da manuali della crescita. Per la prima volta 191 nazioni, fiaccate dalla crisi, hanno investito centinaia di milioni per mettere in scena se stesse nel mercato dove nessuno può più permettersi di mancare. Per lAfrica ha pagato Pechino. Gli Stati di Europa ed America, con numerose eccezioni, hanno appaltato agli sponsor la voglia di riemergere dalla depressione. Nessuno però manca allappello, nemmeno San Marino e il significato di un rito che il business considera archeologico, è preciso: nessuno ha potuto dire di no ad una Cina che, dopo le Olimpiadi di Pechino, celebra a Shanghai limmutabilità del proprio potere interno e linarrestabilità della sua influenza globale. Le fiere campionarie, nellera di Internet, sono come il circo equestre al tempo di Avatar in 3D. Per la prima Expo in un Paese "in via di sviluppo" la Cina ha però investito il doppio che per i Giochi del 2008. I dirigenti del Partito comunista hanno speso 4,8 miliardi di dollari: il dubbio di averli buttati nemmeno li sfiora e anzi assicurano di aver concluso lennesimo affare. Il problema, per lOccidente accorso spaventato, è che hanno ragione. La montagna di soldi, che solo il riemerso Impero di Mezzo oggi possiede, è servita per due obbiettivi destinati a segnare il futuro. Shanghai è ora pronta a soppiantare New York come capitale degli affari. Con 45 miliardi, infrastrutture e trasporti sono il meglio che la contemporaneità possa offrire: 430 chilometri di metrò, un secondo aeroporto da 260mila passeggeri al giorno, due nuovi ponti su Huangpu e Yangtze, il più lungo tunnel sottomarino del globo. Larea dellExpo, oltre 5 chilometri quadrati a ridosso del distretto finanziario di Pudong, era una distesa in abbandono. Ospiterà i quartieri eleganti della comunità internazionale che sta emigrando da Usa e Ue e confinerà con il primo parco Disney in Cina. I tecnocrati figli di Deng Xiaoping non si sono però limitati a ultimare la Francoforte dellAsia. Per la World Expo che chiude lepoca dei leader nati sotto Mao, hanno scelto il tema «Better City, better Life», città migliore, vita migliore. Per lOccidente è un concetto aperto, un assist per la «green economy». Per la Cina sancisce invece il proprio passaggio dal mondo rurale alla civiltà finanziaria. Oltre metà della popolazione ha abbandonato le campagne per concentrarsi nelle metropoli. Infiniti spazi agricoli rimangono deserti e gli epicentri di uffici e industrie si trasformano in disumane megalopoli di veleni. LExpo di Shanghai è così soprattutto la proiezione interna di ciò che il Paese diventerà in questo secolo: senza città migliori la vita dei cinesi non sarà migliore. Ma se essa non migliorerà, la stabilità del potere di Pechino non sarà più garantita, assieme al ridefinito equilibrio globale. E dentro questo esperimento politico che non può fallire, che gli Stati del resto del mondo collocano i padiglioni che promuovono la loro improvvisa anzianità nazionale. Pur di entrare nelle grazie del nuovo sovrano hanno accettato dolorose rinunce. Vietato scrivere o pronunciare la parola «democrazia», vietati riferimenti ai diritti umani e ai riti cristiani. LExpo è assediata da 30mila agenti, 16 caserme e oltre mille passaggi obbligati sotto controllo di cani anti-bomba e raggi X. Con la scusa dellanti-terrorismo si sono abbattute su Shanghai 4 retate. 6mila arresti in 3 giorni: ladri, prostitute e sospetti dissidenti. Gli antichi quartieri dei venditori ambulanti sono stati demoliti. In tale bolla asettica, isolata dal pianeta che pretende di rappresentare, gli espositori si affannano con lincubo di muovere un passo sgradito alle autorità. Gli Stati Uniti avevano dato forfait. Ci è voluta la Casa Bianca per spiegare ai finanziatori, sommersi dai debiti, che 62 milioni di dollari per non irritare Pechino sono oggi un risparmio. Ne è uscito un edificio a forma di aquila, dal contestato titolo «Sorgente del cambiamento». Solo lArabia Saudita non ha contato il centesimo ed esibisce un palazzo di Foster da 146 milioni. Tutti gli altri si sono fermati sotto il 76 milioni dellAustralia: spiccano gli spazi di Corea del Sud, Singapore, Spagna, Giappone, Polonia, Germania, Inghilterra e Francia. LItalia è un caso a sé. Linvestimento è segreto, ma si aggira sui 90 milioni, sponsor compresi. Forte dellExpo di Milano 2015 si è assicurata 6mila metri cubi su tre piani. Ledificio di Giampaolo Imbrighi richiama i vicoli di un borgo antico. Si intitola «La Città dellUomo, Vivere allitaliana» ed è stato allestito dalla Triennale di Milano e da Giancarlo Basili, scenografo di Moretti e Salvatores. Il ristorante «La dolce Italia» è gestito dalla famiglia di Roberto Ottaviani, genero del sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta. In mostra cè la consueta Italia dimmagine, che esiste ormai solo allestero: lusso, alta moda, orchestre, auto per miliardari, arte e architettura di qualità, grandi prodotti agricoli, città e paesaggi intatti, persone normali innamorate delle proprie contrade. E un fantastico sogno che giustamente rimpiange quanto stiamo distruggendo, una fiction turistica senza contenuti civili nè rivelazioni hi-tech. Fa già innamorare i visitatori dellOriente. Non è lItalia in cui viviamo, limpegno dimostra però che il Paese ha infine compreso il senso della Cina. In sei mesi sfileranno governo e categorie, Napolitano e Berlusconi. Alla cerimonia inaugurale canterà Andrea Bocelli. E in questo assediato trionfo di finta prosperità e buoni propositi ecologici che il pianeta affida ai soldi di Shanghai e allautoritarismo di Pechino, la missione di trascinarlo fuori dai guai nel 2010. Prima di Natale sarà tutto smantellato. Resterà solo una meravigliosa costruzione, gigantesca e rossa, lunica che qui richiami ancora il fascino imperiale dellOriente: il padiglione della Cina che tutto può nellera in cui nessuno può più.