I seicento capolavori della Brera segreta. Entro due anni l'Accademia traslocherà nel polo universitario di Bovisa e ci sarà più spazio per le tele rimaste in «cantina» Di bohemienne, a Milano, è rimasto ben poco. C'è però un quartiere che, tra maghe che ti leggono le mani, bar all'aperto e studenti in bicicletta, ricorda per certi versi Parigi. Siamo a Brera: il suo cuore, austero ed elegante, è un edificio neoclassico .con un cortile ampio, un suggestivo scalone, qualche turista con sandalo e calzino, Baedeker in mano. Entrano, e noi con loro, in Pinacoteca. Ovvero in quell'edifìcio creato dal bizzarro genio napoleonico che, dopo la costruzione dell'Accademia di Belle Arti, pensò bene di raccogliere le sue razzie artistiche nella sede milanese. Una furbizia che fu un gran regalo a Milano. Da allora a oggi il patrimonio della Pinacoteca supera le mille unità. Un gran bel vedere, si direbbe. Eppure a noi che percorriamo le sale del museo meneghino due luoghi appaiono diversi da tutto il resto. Non le classiche sale ma veri e propri depositi nel museo. Qui trovano riparo 640 opere: riposano su alti pannelli scorrevoli, l'una vicino all'altra. Stanno lì, in attesa del cambiamento, dal 1982. Perché è da allora che Brera prova a sconfinare (magari nei vicini palazzi) e, nell'attesa, queste tele, orfane di uno spazio adeguato, erano finite nei magazzini a vista. Ora - parola dei ministri Urbani e Moratti - le cose cambieranno: nel giro di un biennio (gli sponsor, Banca Intesa in testa, ci sono) l'Accademia avrà anche una sede nei pressi del nuovo polo universitario della Bovisa, lasciando così parte del piano inferiore dell'edificio al confinante museo che raddoppierà lo spazio espositivo passando da 4800 meni quadrati a 8800. «Non sarà facile scegliere quali opere riportare alla luce», spiega Luisa Arrigoni, direttrice della Pinacoteca. Una studiosa che ama «sporcarsi le mani»: è lei a condurci personalmente nei depositi e ad aprire i lucchetti che chiudono quel sottile vetro che ci separa dall'anima nascosta di Brera. Si fa fatica a incontrare in anteprima alcuni dei lavori che - ripuliti e risistemati - il visitatore imparerà a conoscere una volta ultimato il progetto. Bisogna tirare con forza pesanti pannelli per veder comparire Giuseppe Molteni con la sua «Derelitta», un'opera che appartiene a una delle sezioni, l'Ottocento, più sacrificate nell'attuale spazio museale. Accanto spunta la «Partenza di Cristoforo Colombo», dipinta con dovizia di particolari da Pelagio Palagi, e poi ancora una tela che forse da sola meriterebbe una sala, ovvero il «Pietro Rossi prigioniero degli Scaligeri» di Francesco Hayez. Un manifesto del Romanticismo chiuso in un magazzino. Ma fino a un certo punto: «I depositi non sono morti», ci dice Luisa Arrigoni. E questo lo vediamo anche noi. C'è ad esempio il termografo che serve a monitorare il microclima e a rassicurare gli studiosi sulla salute delle opere. E poi esistono, per fortuna, gli scambi tra i musei. Molli dei capolavori giacenti nei magazzini hanno recentemente preso aria: il seicente-sco «Ritratto della famiglia del pittore» di Carlo Francesco Nuvolone è stato a Roma per una mostra sul ritratto di gruppo mentre «San Carlo in gloria» di Giulio Cesare Procaccini era a Genova per la mostra «L'età di Rubens». Due lavori, questi, che troveranno spazio nel nuovo percorso museale milanese. Più che un cantuccio spetterà anche alla luminosa «Adorazione dei Magi» di Gaetano Previati e a quel gioiellino di devozione popolare (donato a Brera da Giovanni Testori) che è la «Santa Caterina da Siena». Insieme a questi, saranno visibili altri dipinti del Seicento e del Settecento lombardo che ora si trovano nelle «sale-magazzino» del museo e in altre sedi esterne come in Prefettura e in alcuni uffici pubblici. Luoghi in cui, si lascia scappare la direttrice, non è sempre così scontato che la conservazione sia fatta a dovere. Non è un caso quindi che tra i progetti della Pinacoteca non ci sia solo l'arricchimento del museo ma anche la riqualificazione dei servizi, tra cui il bookshop e il laboratorio di restauro. Per ora infatti ci sono solo quattro restauratori che lavorano a Brera (attualmente sulla «Pala di Pesaro» di Gemiamo Savoldo). Ma oltre alla grande tela, molti altri sono i lavori che meriterebbero più di un ritocco. Si vedrà se la «Grande Brera» - ossia il progetto che porterà parte dell'Accademia in periferia lasciando spazio al museo - servirà anche a questo. Per ora la porta di vetro dei magazzini della Pinacoteca si chiude: alle spalle lasciamo oltre 600 opere. H museo ne ospita 460, tra cui «La Cena di Emmaus» del Caravaggio e il «Cristo Morto» del Mantegna. Ogni anno sono 200mila i turisti che pagano il biglietto per vederli: ai loro fratelli nei depositi, non meno pregevoli, pochi fermo caso. E loro, i quadri dimenticati, rimangono fi, sui carrelli movibili, in una tecà di vetro. Qualche turista con l'aria interrogativa vi sbircia dentro. Poi passa e va. Fuori, «in Brera», come diciamo a Milano, è ora dell'aperitivo.