Chiamare un museo con l'acronimo CAM è una scelta come un'altra. Farlo a Casoria, a un passo da Napoli, dove questo fa subito ricordare che sono le prime tre lettere di «camorra», il grande tumore che corrode la vita locale con un'ingerenza che si tocca con mano, è certo un gesto disfida. CAM sta per Casoria Art Museum: è la geniale idea venuta ad Antonio Manfredi, preparatissimo critico di arte contemporanea internazionale, che ha raccolto una significativa collezione all'interno di un complesso industriale ottimamente riadattato. Agli inizi era il Comune a dare il suo sostegno. Poi è stato commissariato per infiltrazioni camorriste e Manfredi ha dovuto agire da solo. Non c'è solo la collezione permanente al CAM, annessa a un Parco di Sculture. Ci sono anche le mostre, talvolta d'argomento volutamente provocatorio (su artisti africani, per esempio, in una zona dove le tensioni con la comunità di colore sono forti). Insomma, un laboratorio in attività continua. Ma la camorra non gradisce! E dimostra il suo dissenso con performance chiaramente intimidatrici. L'ultima è stata la chiusura forzata dei cancelli del CAM, con un catenaccio. Si può ironizzare sull'internazionalismo» ostentato dal CAM quando forse, per far effetto sul contesto locale, sarebbe meglio comunicare di più in dialetto, ma non sul coraggio esemplare di Manfredi. Infatti non propone solo un progetto artistico, ma un modello civile alternativo per una comunità che è oppressa, oltre che dalla malavita, dall'analfabetismo della monocultura televisiva e dalla disoccupazione, che della prima sono l'humus naturale. La camorra l'ha capito benissimo. E se ne dovrebbero rendere conto anche le istituzioni pubbliche, sempre che, come ci si augura, sia ancora possibile distinguerle nettamente dalla camorra.