II Dpef targato Siniscalco sposta l'accento dal deficit al debito. E prefigura quattro anni di politiche restrittive. Ma per riportare sotto controllo i conti non si deve svendere. Si sa che il Dpef non è altro che una dichiarazione di intenti, una bozza di linee guida che il già di per sé ampio spettro temporale su cui si esercita rende quanto mai aleatoria. Il Dpef targato Domenico Siniscalco, però, segna in questo senso una discontinuità: è l'ammissione che da qui ai prossimi quattro anni, quale che sia il tono della congiuntura economica, le politiche di finanza pubblica dovranno essere non solo rigorose, ma anche altamente restrittive. Ora è chiaro che nessun governo ammetterà mai che di queste politiche siano le tasche dei suoi contribuenti a farne le spese, dunque fa parte del gioco dire che sanità, scuola e servizi sociali non avranno di che risentirne. In realtà è impensabile che gli effetti di una poderosa manovra da 50 miliardi (tale l'entità dei tagli nei prossimi due anni, inclusi i soldi che serviranno a coprire la riforma fiscale) non vadano indirettamente a incidere sui redditi, dunque sul potere d'acquisto delle famiglie. Del resto, è meglio continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità alimentando a dismisura fabbisogno e debito o essere un filo più poveri ma con la prospettiva in tempi ragionevolmente brevi di riportare i conti all'ordine? Se come del resto sembra suggerire questo Dpef, la priorità si sposta dal deficit alla riduzione del debito, la risposta è ovvia. Del resto, non è un caso che l'Italia, che si presenta a Bruxelles con il parametro deficitPil oltre la soglia consentita, ha una cattiva coscienza ben maggiore di Francia e Germania, che il fatidico 3 allegramente trasgrediscono, forti però di un debito pubblico che è la metà del nostro. È in quest'ottica che si spiega come nel documento elaborato dal neoministro dell'Economia l'alienazione degli asset pubblici faccia la parte del Icone. Se si vuole gravare il meno possibile sulle tasche degli italiani, non resta che vendere tutta l'argenterìa. Anche qui, però, non ci faremmo prendere la mano dalla fretta, né tirare per la giacchetta da sindacati, associazioni di consumatori e amministratori locali che pavlovianamente reagiscono ai tagli come se si strappasse loro carne viva. Non solo perché 100 miliardi in quattro anni per le privatizzazioni sono una cifra da Guinness (spesso, come insegna il passato, tra il dire e il privatiz zare c'è di mezzo il mare). Ma soprattutto perché la vendita generalizzata del patrimonio industriale, magari a prezzi di saldo, porta inevitabilmente a una perdita di competitività del sistema Paese. Gli inglesi, che lo hanno fatto, in molti casi sono stati precipitosamente costretti a fare marcia indietro. I francesi, che pure almeno in materia di contenimento della spesa corrente hanno più problemi di noi, si guardano bene dal prendere iniziative in tal senso (fino al paradosso di riservare, salvo poi cedere alle proteste, gli aumenti di capitale delle loro aziende - vedi Alstom - a chi ha la cittadinanza Oltralpe). Meglio, insomma, procedere ad alcune privatizzazioni con l'ottica di salvaguardare settori forti della nostra industria piuttosto che obbedendo solo alla spasmodica esigenza di fare cassa. Per questo, lo Stato sìa innanzitutto implacabile e selettivo sulla spesa. Infischiandosene delle lamentele corporative di quanti tutto vorrebbero si toccasse, meno che il loro giardino.
Privatizziamo, ma non all'inglese
Il Dpef targato Siniscalco prevede politiche restrittive per i prossimi quattro anni per riportare i conti all'ordine. Il documento ammette che le politiche di finanza pubblica dovranno essere rigorose e altamente restrittive, ma non si deve svendere il patrimonio pubblico. La vendita di asset pubblici, come l'argenteria, potrebbe gravare troppo sulle tasche degli italiani e portare a una perdita di competitività del sistema Paese. Il governo dovrebbe procedere ad alcune privatizzazioni con l'ottica di salvaguardare settori forti della nostra industria. Lo Stato dovrebbe essere innanzitutto implacabile e selettivo sulla spesa.
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