Una razionalizzazione del funzionamento delle Fondazioni liriche, incentivazione dell'apporto di capitali privati, tagli ai costi del personale e la possibilità di riconoscere diversi gradi di autonomia a partire dal Teatro alla Scala di Milano e dall'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, riconosciuti di «particolare interesse nazionale». Teatro di San Carlo dunque fuori dalle «eccellenze» nell'ambito del decreto legge di riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche varato ieri dal consiglio dei ministri. Un provvedimento di cui si parlava da mesi, che nasce ora con i crismi dell'urgenza, e minaccia di sollevare una rivolta. E non solo a Napoli, dove da più di due anni il teatro è sottoposto a gestione commissariale e dove solo da pochi giorni il commissario Nastasi ha nominato sovrintendente il direttore operativo, Rosanna Purchia, in attesa a che al termine del suo mandato, a fine aprile, il sindaco-presidente convochi un nuovo consiglio di amministrazione e si creino nuovi vertici. In questa situazione precaria il primo a indignarsi è Roberto De Simone, per anni direttore artistico del teatro e del conservatorio San Pietro a Majella. «È scandaloso che al San Carlo non venga riconosciuto il suo primato. Noi che siamo figli di Mozart, di Paisiello, Donizetti, Rossini e Pergolesi, ora siamo figli di nessuno», tuona. «Di questo passo del teatro faranno un supermercato, il circolo dell'Unione potrà allargare il suo ristorante, ci sarà spazio per le canzonette e il rock e la vera cultura sarà esautorata. E pensare che il nostro è il teatro più antico d'Europa, nato nel 1737, abbiamo insegnato la musica al mondo». «È una tristezza», fa eco l'ex sovrintendente Francesco Canessa. «Ancora una volta il progetto di Verdi è stato disatteso», osserva ricordando che nel 1871 al vecchio musicista l'allora ministro per la Pubblica Istruzione aveva chiesto di collaborarare per organizzare i teatri e l'istruzione musicali. «E Verdi - racconta - aveva scritto una lettera in cui suggeriva di istituire "tre teatri nazionali da modello per tutti gli altri: uno a Napoli, uno nella capitale e il terzo a Milano"». «Credo che la classe dirigente napoletana e il Pdl si debbano mobilitare perché in sede di riconversione si ridefinisca la posizione del San Carlo, alla luce della sua tradizione, delle sue potenzialità e anche degli investimenti recentemente realizzati», osserva Luciano Schifone, di recente eletto in Consiglio regionale, il cui nome circola tra quelli in lizza per l'assessorato allo Spettacolo nella prossima giunta Caldoro. «Non conosco ancora il decreto - osserva Schifone, appassionato melomane - ma penso che il San Carlo non possa essere escluso». Sul piede di guerra anche a Firenze, dove il sindaco Renzi si prepara «alle barricate». Alzano la voce il sovrintendente del Maggio Musicale Giambrone e il direttore principale Zubin Mehta: «Riteniamo assai preoccupante - dicono - che ancora una volta il Maggio non venga neppure citato dal ministro Bondi fra quelle istituzioni che, in virtù di un "particolare interesse nazionale", potrebbero vedersi riconosciuti uno status e un'autonomia particolari». Mentre a Milano, dove ieri sera Domingo ha debuttato tra molti applausi e qualche «buu» in «Simon Boccanegra» dopo l'intervento per un tumore al colon, il sindaco Moratti e il sovrintendente Lissner non nascondono la loro soddisfazione e ringraziano il governo per l'importante «riconoscimento alla Scala», che il vicepresidente Ermolli definisce «il tempio della lirica più importante del mondo». Naturalmente soddisfatto il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi. Questo, a suo avviso, è il «primo passo di un percorso che porterà a una gestione più efficiente ed efficace di queste importanti istituzioni culturali, razionalizzandone le spese e favorendo, oltre alla produttività del settore, la crescita qualitativa delle produzioni». Ma sindacati, intellettuali e politici di vari schieramenti non sono d'accordo. Anche perché da tre anni non si rinnova il contratto e ora in ballo ci sono anche il blocco del turn over e la riduzione del 50 per cento del trattamento economico aggiuntivo. Lunedì a Milano, alla camera del Lavoro, è già convocato un attivo nazionale di Cgil, Cisl, Uil e Fials di categoria. E si minaccia una serrata con l'occupazione di tutti i teatri. «Questa è una vera destrutturazione delle Fondazioni liriche - dice il coordinatore nazionale Cultura Cgil Silvano Conti - così non si costruisce nulla».