Le foto Cimitero di auto e fusti di acido, di notte si scarica di tutto La Cittadella del gusto è rimasta un sogno, e la Sogemi non sa cosa fare dellarea Dal 2005 si è trasformato in un gigantesco immondezzaio senza controllo FRANCO VANNI Fusti di acido e solventi, lastre guarnite con lana di roccia, altamente cancerogena, e un cimitero di auto sequestrate dai vigili urbani, spolpate dai ladri di pezzi di ricambio. Lex macello comunale di via Lombroso è una discarica di rifiuti speciali: materiali che lAmsa non rimuove, perché lo stoccaggio richiederebbe costosi e complessi processi di bonifica. A pochi metri dal capannone dove gli ultimi tre grossisti rimasti spolpano la carne, la notte entrano furgoni per scaricare di tutto: lavatrici, bancali, pneumatici, materassi e scheletri di motorini. Larea di 132mila metri quadrati di proprietà del Comune, dove fino al 2005 entravano bovini vivi a migliaia e uscivano bistecche, oggi è una sorta di villaggio del degrado. Sogemi, la società a capitale comunale che ha in carico i capannoni fino al 2040, di quelle distese di immondizia non sa cosa farsene. «So bene che lo spettacolo è indegno - commenta il presidente Roberto Predolin - ma per bonificare larea servono fondi. E tanti, anche». Ma nelle casse della società, di soldi per la bonifica non ce ne sono. In quello che un tempo era il piazzale di manovra dei camion frigoriferi, oggi la polizia locale abbandona le auto che sequestra, e di cui non sa cosa fare. Il Comune, per potere lasciare lì le auto, paga a Sogemi un affitto. Il posteggio doveva essere una soluzione «transitoria e temporanea». Invece le carcasse di auto sono lì da sei anni. Gli oli esausti colano al suolo. Le parti di valore, come le centraline elettriche e i motori dei tergicristalli, vengono smontate dai ladri. Fra sedili e cruscotti, crescono erbacce e cespugli. Poco distante dal cimitero delle auto cè un grande autolavaggio. È stato costruito, con capitali pubblici, alla fine degli anni Novanta, ma non è mai stato attivato. Avrebbe dovuto detergere i camion in transito, ma larco è troppo basso, e i mezzi non ci passano. Anche le vasche di depurazione delle acque non sono mai entrate in funzione. Non depurano nulla, e in estate diventano colture di zanzare. Larea dellex macello, secondo i progetti del Comune, dovrebbe ospitare la "Cittadella del gusto e della salute", un progetto da Mille e una notte che la giunta Moratti ha presentato in giro per lEuropa nel 2008. Il plastico, applaudito a Parigi e Berlino, mostra hotel e ristoranti, scuole di alta cucina e un istituto di studi sullalimentazione. Dovrebbe essere pronto entro il 2015, ma manca ancora quasi tutto. Non cè il Piano di governo del territorio, fermo in Consiglio comunale, che dovrebbe decidere la destinazione dellarea. E di conseguenza non può essere fatto il bando di gara per individuare i privati disposti a mettere i quattrini necessari alla riqualificazione. Si parla di Salvatore Ligresti ma, fino a quando non ci sono i permessi, se ne parla e basta. Quello che invece cè, e si vede, sono i fusti di materiali tossici, i vetri rotti, i letti improvvisati dei senzatetto nei capannoni in stile Liberty. Mario porta con il suo camion la carne che viene poi lavorata nellunico capannone ancora attivo, allangolo fra via Lombroso e via Molise, dove ogni sabato entrano le famiglie a comprare bistecche low cost. «A me passare da qui fa schifo - dice - allidea che la carne sia lavorata ai margini di una discarica, viene da vomitare». Per Predolin, almeno il rischio alimentare è da escludere: «La Asl ha certificato che per la carne che esce dallo stabilimento non cè alcun rischio - dice - per quanto riguarda le aziende, poi, sono loro a volere stare lì, non le abbiamo pregato noi di farlo». È vero. Come è anche vero, però, che della condizione di degrado dellarea è responsabile Sogemi. Anzi, lo è Sogemi Food, una Srl creata ad hoc nel 2008 per traghettare larea dallo sfacelo di ieri (e di oggi) al futuro splendore della Cittadella. Per ora, gli unici visitatori dellarea sono i clienti del vicino mercato dei fiori, che animati dallamore per larcheologia industriale si spingono oltre la rete di plastica arancione che separa la società organizzata dallabbandono totale. Ma finiscono per lasciare presto, con espressione disgustata. La scena è tanto più triste agli occhi di chi per decenni, tutti i martedì e giovedì, ha varcato il muro di cinta per comprare carne da rivendere. «Fino agli anni Novanta da quei capannoni uscivano tonnellate di merce - rammenta Maurizio Arosio, presidente dellAssociazione macellai di Milano - ricordo le corse dei facchini, le chiacchiere dei grossisti sui prezzi, il rumore delle rotative con i ganci che portavano la carne. Altri tempi. Belli».