«L'omologazione svuota il centro. Ora ci si va se non si vuole incontrare qualcuno» «Il centro di Firenze è il posto ideale per chi non vuole incontrare qualcuno». Lo vede così, il «non luogo» in cui si sta trasformando il centro di Firenze, Daniele Olschki. Sessant'anni, rappresenta la quarta generazione alla guida della casa editrice fondata nel 1886, ne è direttore generale. È membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Palazzo Strozzi. E dopo aver letto l'intervista a Marc Augè va subito al punto. «Quello di Augè è un punto di vista molto condivisibile». Il rischio della città «vetrina», insomma. «Per evitarlo, occorre far vivere la città ai fiorentini, evitare l'effetto-Venezia, una realtà destinata esclusivamente ai turisti». Centro per turisti o per residenti? Una dicotomia: per trovare un equilibrio tra queste tendenze, c'è qualcosa a cui dobbiamo rinunciare e qualcosa che invece dovrebbe essere fatto? «A qualcosa dobbiamo rinunciare. Se costruiamo una città solo per un turismo mordi e fuggi, com'è ora, il risultato è conseguente, l'utilizzo della città sarà disordinato: una cannibalizzazione. Bisognerebbe rinunciare a un tipo di commercio: è fin troppo facile dirlo, eliminare fast food o pizza al taglio, sostituendoli con servizi che rendano la città fruibile ai residenti». No ai fast food, ma i supermercati? Quando vengono realizzati, parte comunque la protesta, anche se avvantaggiano i residenti per il minor costo della vita. «Ci sono delle vie di mezzo tra la boutique dell'insaccato e il discount alimentare. È possibile inventare un sistema di botteghe alla portata di tutti i cittadini. E il centro potrebbe essere strutturato in modo da avere una vita anche dopo l'orario di chiusura dei negozi. Firenze dopo le 19.30 sembra una città bombardata: non c'è più nessuno». Eccezion fatta per le zone dei locali frequentati principalmente da studenti americani... «... una situazione che diventa così invivibile per molti cittadini. Dopo aver vissuto per tanti anni in centro, sono emigrato fuori "dalle mura". Non tornerei neanche mi pagassero. Mancano tutta una serie di servizi. Abitavo in centro, facevo un chilometro e mezzo con le borse della spesa. È un discorso di stretto respiro? Invece è importante. Se si ripropone una vita sostenibile ai fiorentini in centro, forse si avrebbe anche un approccio diverso al fare cultura in questa città». Cioè? «Qui a Firenze rappresentiamo la nostra vecchia cultura, non ne produciamo di nuova. Continuiamo ad esporre il nostro patrimonio pensando che sia una operazione culturale. Invece, è solo un elemento di richiamo, che può essere il presupposto per fare qualcosa di nuovo, per quello che sarà il patrimonio culturale del domani. Non ci poniamo mai il problema che ai tempi dei Medici, la cultura e la creazione di opere d'arte erano contemporanee. Dobbiamo dare ai nostri bisnipoti una produzione culturale che non può essere solo la riproposizione di quello che abbiamo avuto in lascito dai nostri avi». Stiamo facendo i Nuovi Uffizi, con la possibilità di avere un numero ancora maggiore di turisti in centro. Mentre una operazione infrastrutturale così onerosa e profonda, per riportare residenti in centro, non si vede. «I grandi Uffizi sono un intervento doveroso, per dare una condizione degna ad uno dei più importanti musei del mondo. Se un turista passa dal Louvre a Firenze, si domanda in che paese sia finito. Dobbiamo però ricreare anche piazze virtuali, con mostre temporanee, workshop, compartecipazione alla produzione culturale. Questo è lo spirito della fondazione Palazzo Strozzi: creare questo tipo di piazza all'interno di una piazza fisica». Ma è sufficiente questo per far rivivere il centro? Non è solo un altro tipo di consumo culturale? «La vita del fiorentino può ritornare con una serie di step: migliori servizi, a partire dalla mobilità; avere un posto dove poter mangiare; ma soprattutto avere relazioni, avere una vita sociale. Invece, adesso se non voglio incontrare qualcuno, vado in centro. Al massimo, incontro persone per lavoro, se vado per uno scopo specifico: non vengo a Firenze perché so di poter incontare qualcuno per strada per scambiare quattro parole. È una città chiusa, ci sono dei "giri" di persone che si incontrano tra di loro, sempre le stesse, non c'è osmosi, tutto si svolge in case private. Possibile che non si possa ricrerare un centro dove ci si possa incontrare, la sera alle nove e mezzo, dove si possono scambiare opinioni?» Il centro è comunque destinato a diventare una Venezia bis, e il «contemporaneo» troverà spazio fuori? «Sono parzialmente pessimista. Ormai le persone si incontrano ai Gigli. I centri di aggregazione stanno nascendo fuori dalla città». Come può intervnire una amministrazione? «Preservando l'artigianato, i locali e le funzioni tipiche. Se non aiutiamo le librerie storiche e le sostituiamo con le grandi catene, offriamo qualcosa che è identico a quello che il turista potrà trovare a Bologna come a Milano. Così come gli artigiani, i restauratori, i ristoranti tipici, che spostano un certo tipo di turismo. Se scompaiono queste realtà, queste librerie, scompaiono quel tipo di clienti, di lettori: una omologazione»