UNIVERSITÀ DI PISA Le preoccupazioni suscitate dalle difficoltà a finanziare la spesa corrente, che rischia di non avere copertura una volta esauritosi il gettito dello scudo fiscale, ripropone per il governo l'esigenza di trovare subito risorse liquide. La panacea del rientro dei capitali sembra mostrare infatti alcuni limiti e il prelievo del 5 su tali rientri non basta a sostenere da solo quasi l'intera architettura della manovra finanziaria 2010. A queste criticità bisogna aggiungere i segnali non rassicuranti che provengono dal mercato del debito pubblico: la Grecia fatica a trovare acquirenti per le partite di debito e deve pagare interessi alti che rischiano di mettere in tensione anche altri paesi già indebitati come l'Italia. In tale ottica finanziare il debito italiano sul mercato rischia di non essere né semplice né poco costoso. Dunque occorre far cassa; in questa prospettiva si pone la questione del federalismo sia di quello demaniale sia di quello fiscale che puntano dichiaratamente ad alleggerire una spesa pubblica ed un indebitamento sempre meno sostenibili. Si rafforza l'impressione che la questione cruciale del federalismo venga interpretata dall'esecutivo Berlusconi come la strada per riportare i conti a posto, prescindendo da altre valutazioni a cominciare da quelle della perequazione fra aree regionali deboli ed aree forti e della capacità degli enti locali di sopportare la riduzione dei trasferimenti dallo Stato, non compensata da una reale autonomia tributaria. Come potrà lo Stato rinunciare ad una parte del gettito lasciandolo nei territori sotto forma di un'unica tassa sui servizi, magari forfettaria, e coprire i costi di un indebitamento che continuerà ad essere pesante? Se oggi solo l'11 del prelievo fiscale è in capo agli enti locali a fronte di una spesa corrente che è pari alla metà di quella dell'intera amministrazione pubblica, è evidente che la quota parte di tale prelievo da trasferire agli enti medesimi per garantire la spesa debba essere molto alta e quindi la riduzione del gettito statale sarà significativa. Allora se lo Stato non riuscirà a contenere le spese, e soprattutto le spese dell'amministrazione centrale, il federalismo rischia di non essere praticabile; con meno gettito ed un debito in crescita la questione federale non sta in piedi. Il percorso immaginato dal "codice Calderoli" è quello di delegare le funzioni decisive agli enti locali sottraendole allo Stato e riducendone l'impatto attraverso l'adozione dei costi standard. Si tratta di un'opera complessa il cui esito è tutt'altro che scontato. Solo per citare un dato; l'adozione dei costi standard vorrebbe dire per la pur virtuosa Lombardia ridurre la spesa sanitaria di 667 milioni di euro e per il Veneto di 362, riduzioni molto pesanti nell'ambito di un risparmio totale stimato fra i 2,5 e i 3,5 miliardi di euro. Per limitare la necessità di trasferire capacità di imposizione fiscale agli enti locali si introducono costi standard molto virtuosi; ma si tratta di costi sostenibili in termini sociali? In altre parole, costi standard bassi sono funzionali a un minor trasferimento di gettito agli enti locali per non indebolire troppo le entrate statali che devono fare i conti con un'amministrazione e con un debito dello Stato non riducibili in tempi brevi. C'è il rischio di un federalismo al ribasso, finalizzato a ridurre le spese periferiche senza attenzione per le peculiarità dei territori e senza definire un target tra capacità di prelievo autonomo e spese accettabili dagli enti locali. Il federalismo demaniale è una evidente testimonianza. Tremonti è convinto che serva una valorizzazione del patrimonio del Demanio, stimato a 1800 miliardi di euro, per coprire parte del debito pubblico. Bisogna cioè vendere subito e bene almeno parte di tale patrimonio, magari evitando gli errori delle cartolarizzazioni precedenti. Ma allora, il decreto voluto da Calderoli, che dovrebbe trasferire agli enti locali una fetta consistente degli stessi beni del Demanio per favorire quel difficile reperimento di risorse a cui si accennava, a quale patrimonio fa riferimento? Oppure si riduce ad un'operazione di cessione perché siano gli enti locali a vendere subito, in realtà senza una chiara visione delle conseguenze sul Patto di stabilità? Un federalismo per far cassa, senza un'elaborazione politica e culturale, corre il pericolo di essere una scorciatoia per supplire alla mancanza di politica fiscale e di produrre incomprensibili sovrapposizioni.
Il rischio di un federalismo taglia-fondi agli enti locali
Il governo italiano sta affrontando le difficoltà a finanziare la spesa corrente, che potrebbe non avere copertura una volta esauritosi il gettito dello scudo fiscale. La panacea del rientro dei capitali sembra avere limiti, e il prelievo del 5% su tali rientri non basta a sostenere la manovra finanziaria 2010. La Grecia sta avendo difficoltà a trovare acquirenti per le partite di debito e deve pagare interessi alti, mettendo in tensione anche altri paesi indebitati come l'Italia. Il governo sta considerando il federalismo sia demaniale che fiscale per alleggerire la spesa pubblica e l'indebitamento.
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