Cos'è la "fortuna" di Paestum? Raccontano le cronache del tempo che nel 1740 l'architetto di corte, tale Ferdinando Sanfelice, propose al re di Napoli Carlo III di smontare i tre templi greci di Paestum, per utilizzarne i materiali lapidei nella costruzione della reggia di Capodimonte. Come dire: per ridurre i costi, perché non trasformiamo tre dei massimi monumenti della classicità in cava di pietra? La buona sorte, appunto, volle che l'insano disegno non vedesse mai la luce; e, nel giro di pochi anni, grazie a intellettuali e artisti di fama come Shelley, Canova, Goethe e Piranesi, che descrivevano gli «augustissimi avanzi» di questa città, greca prima, lucana e romana poi, come una delle meraviglie dell'antichità, Paestum divenne, dalla metà del '700, meta del Grand Tour, cioè ir-rinunciabile tappa per ogni viaggiatore colto europeo. Da allora inizia la fortuna "ufficiale" di Paestum, nome romano dato nel 273 a Poseidonia, la città che i Greci di Sibari avevano fondato attorno al 600 a.C. sul golfo dì Salerno, vicino alla foce del Sele, una piana fertilissima e di facile accesso. Il centro conobbe, in epoca greca, uno straordinario sviluppo economico e artistico testimoniato dai famosi templi eretti in meno di un secolo: la cosiddetta "Basilica", in realtà un tempio dedicato a Hera, è del 530 a.C., il tempio di Athena, costruito a cavallo tra il VI e il V secolo a.C., e, infine, il tempio cosiddetto "di Nettuno", che risale circa al 450 a.C., il meglio conservato della Magna Grecia e insieme la più matura espressione dell'ordine architettonico dorico. La città greca cadde poi in mano dei Lucani attorno al 400 a.C. e quindi divenne colonia romana, H sito di Paestum, che comprende, oltre ai templi, anche resti dell'area pubblica greco-romana, nonché di alcuni quartieri abitativi, si estende per 120 ettari (tre quarti ancora da scavare) dentro un circuito di 4.750 metri di possenti mura, conservate in modo mirabile. Dichiarato dall'Unesco "patrimonio dell'umanità", è uno dei siti archeologici più visitati d'Italia e del mondo: «Vantiamo mezzo milione di presenze all'anno e punte di seimila turisti al giorno», può affermare la soprintendente ai Beni archeologici di Salerno, Avellino e Bene-vento, Giuliana Tocco. E oggi è possibile indugiare davanti a queste vestìgia anche dopo il tramonto, godendo dell'illuminazione computerizzata, attivata dal 29 luglio con l'inaugurazione delle "Passeggiate notturne tra i templi", il terzo progetto del genere finanziato dalla Regione Campania, dopo Pompei e la Reggia di Caserta. Così, rapiti dalla suggestione della musica e dalla voce narrante che ti guida su un percorso di otto stazioni, ecco materializzarsi tra le ombre la sagoma solitaria e austera del tempio di Athena; poi i resti dell'Heroon (la tomba consacrata al culto dell'eroe fondatore di Poseidonia), dal fascino misterioso che doveva aver colpito anche i Romani, che non ebbero l'ardire di distruggerlo; poi ancora la piazza del Foro, dove non è difficile immaginare la ressa e il vociare degli antichi pestini; e, alla fine, si rimane incantati, sotto un taglio di luna nuova, davanti all'eleganza del tempio di Nettuno e alla selva delle arcaiche colonne della "Basilica". Altro che villette a schiera Un tuffo nel passato, in un luogo magico del quale Friedrich Nietzsche ebbe a dire: «È come se un dio, qui, avesse costruito con enormi blocchi di pietra la sua casa». «Qui i Greci non costruirono villette a schiera, ma la casa del Dio, e noi possiamo apprezzare, come mai prima d'ora, la maniacale ricerca della perfezione con cui hanno edificato i monumenti», osserva l'archeologo Giovanni Avagliano, braccio destro della direttrice degli scavi e del Museo archeologico nazionale di Paestum, Marina Cipriani, vero "nume tutelare" di questo sito. A dare nuova "luce" ai santuari pesti-ni sono stati i restauri conservativi con-clusisi un mese fa, dopo dieci lunghi anni di lavori. Ma come stanno i templi di Poseidonia? Si portano benissimo i loro 2.500 anni e non hanno alcun problema di statica: un'altra loro "fortuna" è quella di sorgere su una placca di travertino immune o quasi da rischi sismici; semmai c'è qualche "ruga" sulla pietra che la "chirurgia plastica" dei restauratori ha stirato con discrezione e cura. «Il nostro è stato un intervento di pulitura e copertura delle lacune del materiale lapideo. Abbiamo, cioè, chiuso tutte le cavità che avrebbero causato nuove e dannose infiltrazioni d'acqua e di microrganismi animali e vegetali», spiega la soprintendente Tocco. Le campagne di restauro, avviate nel 1993 grazie ai fondi del Fio (nove miliardi di vecchie lire) e conclusesi grazie a un altro finanziamento di pari entità garantito dalla legge 6621996 sui fondi del Gioco del Lotto, erano state precedute da un importante studio preliminare agli interventi conservativi. Uno sforzo economico senza precedenti. Anni di paziente lavoro Troppi dieci anni? «Per niente, se si considera l'unicità del sito e dell'intervento, e la mole di conoscenze acquisite: quintali di documentazione e di mappatore», spiega la dottoressa Cipriani. «Abbiamo potuto studiare da vicino la prodigiosa tecnica costruttiva dei Greci nei dettagli, per esempio, verifìcando che le scanalature delle colonne venivano fatte quando queste erano già erette. Abbiamo avuto una decisa conferma della vistosa policromia che doveva accompagnare molti elementi decorativi del tempio, che contraddice l'idea neoclassica del biancore marmoreo di questi monumenti: le colonne dovevano essere intonacate di color avorio, mentre le parti alte, dai capitelli al frontone, erano tutte un gioco di colori. Per esempio, le palmette dei capitelli alternavano il rosso col blu. Ma si è anche toccato con mano la maestria dei restauri antichi: per l'integrazione di una lacuna si usava il piombo colato come collante, che a volte sostituiva direttamente la pietra mancante». Tutto questo è anche documentato nella mostra "Il restauro dei templi di Poseidonia", aperta al Museo archeologico fino al 30 gennaio 2005. Ma, con le luci sul passato, resta un'ombra sul presente del sito: la sciagurata costruzione, risalente al 1829, della strada (l'ex statale 18), l'attuale via Magna Grecia, che ha spaccato in due l'abitato, sventrando le mura e l'anfiteatro romano. Ai suoi lati sono sorti abitazioni ed esercizi commerciali. Fino a qualche anno fa vi si circolava anche in auto. La sua recente pedonalizzazione però non basta: quel vallo d'asfalto è uno sfregio. Uno studio di fattibilità per la sua eliminazione, voluto dalla Soprintendenza, è stato consegnato al sindaco di Capaccio (sul cui territorio sorge Paestum). Basterà anche stavolta la "fortuna" di Paestum?
Famiglia Cristiana
6 Agosto 2004
La fortuna di Paestum
AL
Alberto laccia
Famiglia Cristiana
Artista / Persona
Bene culturale
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