Lurbanista Insolera racconta il declino della sua disciplina: "Oggi si bada più al singolo progetto che al disegno complessivo. E si costruisce senza regole creando agglomerati di case" "Allestero le trasformazioni sono controllate dalla mano pubblica" «Lurbanistica? È ormai figlia dellarchitettura. E larchitettura, ridotta a pura forma, assorbe tutto il dibattito culturale. Tutto lo spazio dellinformazione. Diventa il paradiso delle archistar. Si bada più al singolo progetto che non al disegno complessivo. Più al singolo manufatto che non alla città. Più allindividuo che non al collettivo. Occorre invece che lurbanistica recuperi la sua linfa sociale». Italo Insolera ha ottantun anni, è uno dei padri della disciplina che regola o dovrebbe regolare la città, ma che spesso si limita a descrivere il suo formarsi e il suo divenire, lasciando che tutto lo spazio sia occupato dalle mirabolanti invenzioni di architetti-scultori. Si rigira fra le mani Roma, per esempio. La città e lurbanista (Donzelli, pagg. 135, euro 25), un libro che raccoglie un gruppo di suoi saggi usciti negli ultimi cinquantanni su varie riviste, da Il Veltro a Comunità. Lo sfoglia e dice: «Sono riflessioni sulle vicende romane, che poi sono esemplari di come negli ultimi cinquantanni sono cresciute le città italiane. La storia di questo mezzo secolo è in gran parte il ripetersi degli stessi avvenimenti con una crescente carica polemica che rivela il persistere dei vecchi problemi». In questo mezzo secolo le nostre città sono peggiorate? «Dagli anni Ottanta, proprio mentre perdono residenti, le città crescono sprecando terreno e soldi. È saltata ogni forma di pianificazione, per cui si invade la campagna e gli insediamenti che sorgono sono agglomerati di case tirate su a prescindere da tutto, dai servizi, le scuole, i trasporti, il commercio. I beni comuni sono sempre residuali, sono il prodotto occasionale una volta realizzate tutte le parti private, quelle che danno rendita». Per esempio? «Per esempio Roma, appunto». Alla quale lei dedicò nel 1962 uno dei libri fondamentali nellideale biblioteca dellurbanistica italiana, Roma moderna, più volte aggiornato fino al 2002. «In quel volume raccontavo centanni di storia urbana. Ma ora mi accorgo che la stagione delle speculazioni di cui fu protagonista la Società Generale Immobiliare, contro la quale si scagliarono Antonio Cederna e LEspresso, non è mai finita. Anzi si è intensificata. A guardarle oggi le operazioni che al settimanale diretto da Arrigo Benedetti ispirarono il titolo "Capitale corrottanazione infetta" sembrano piccole rispetto alle cosiddette "centralità" o agli altri insediamenti nellagro romano decisi dal nuovo piano regolatore, che in totale prevede 70 milioni di metri cubi in una città che perde 180 mila residenti. Sa cosa diceva Giulio Carlo Argan nel 1988?» Che cosa diceva? «"La storia urbanistica di Roma è tutta e soltanto la storia della rendita fondiaria, dei suoi eccessi speculativi, delle sue convenienze e complicità colpevoli". La scena non è cambiata». Da che cosa dipende questa espansione senza limiti? «Dal fatto che non si pianifica più, indipendentemente da chi governa le città. La pianificazione è lattività specifica dellurbanistica ed è insieme iniziativa sociale, economica, commerciale, investe tante componenti, non solo quella edilizia. E invece la trasformazione delle città non è affidata né allurbanistica e neanche allarchitettura, ma, appunto, alledilizia. Però cè anche un altro aspetto». Quale? «Negli anni Cinquanta e Sessanta i partiti, la Dc, il Pci, il Psi, il Pri, avevano idee sullurbanistica. Ne discutevano al loro interno, organizzavano convegni e litigavano. Ora la politica ha smesso di avere unopinione in materia urbanistica, lasciando spazio a una burocrazia che ha assunto funzioni esorbitanti e con la quale gli investitori privati, i costruttori, gli immobiliaristi intrattengono rapporti troppo discrezionali. Albert Einstein diceva nel 1937: "La burocrazia ucciderà la democrazia"». È una malattia tipicamente italiana, sembra di capire. «In tutta Europa ci si è mossi in questi decenni e ci si muove tuttora in altro modo. Le grandi trasformazioni delle città sono controllate, in maniera più o meno consistente, dalla mano pubblica. Il criterio prevalente continua a essere lacquisto da parte delle amministrazioni dei terreni e la cessione ai privati del diritto a costruire. In questo modo urbanistica e architettura possono viaggiare di concerto. E anche le archistar si sottopongono a queste regole. Ma non mancano in Europa le eccezioni negative, basti vedere che orrori si sono compiuti sulle coste spagnole o francesi». Ma complessivamente lItalia resta uneccezione. «Direi di sì. Prenda il quartiere di Slotermeer, ad Amsterdam, una delle realizzazioni più celebri programmate a partire dalla metà degli anni Trenta del Novecento. Ho sempre pensato che la buona riuscita di un progetto urbanistico la si dovesse giudicare alla terza generazione. Ora che a Slotermeer chi andò ad abitarci è diventato nonno, si può verificare che il quartiere funziona perfettamente, comera stato urbanisticamente immaginato, dalle strade alle fermate per i tram, dai laghi ai boschi».
"Edilizia e archistar governano litalia" "Non cè più pianificazione: si invade la campagna e basta"
Italo Insolera, uno degli esponenti fondatori dell'urbanistica, critica il declino della disciplina e il suo ridursi a pura forma. Secondo lui, la pianificazione urbana è stata sostituita dalla speculazione immobiliare e dalle decisioni prese dalla burocrazia. Insolera sostiene che la città italiana è stata trasformata senza un piano regolatore, con la creazione di agglomerati di case e la perdita di spazi pubblici. Egli ricorda la sua opera "Roma moderna" del 1962, in cui descriveva la storia urbana di Roma, e sostiene che la stagione delle speculazioni è ancora in corso.
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