Lidea è quella di esplorare il canone in tutte le altre civiltà, dallIndia alla Cina Il futuro dei testi "fondamentali" sta proprio nel declinarli in questo modo Risorge la NUE (Nuova Universale Einaudi). Nata come "Universale Einaudi" nel 1942, fu allora impostata da Carlo Muscetta, e nei primi ventanni pubblicò 63 titoli, «testi classici essenziali per il dibattito culturale italiano»: antologie da Erodoto e Livio, i Ricordi di Marco Aurelio, molto Ottocento italiano, da Leopardi ai discorsi parlamentari di Cavour, a Pinocchio; ma anche un vasto panorama europeo, nel Rinascimento (Lorenzo il Magnifico, Cellini, Erasmo, Aretino) e dopo (Winckelmann, Pukin, Kleist, Cuoco, Mazzini). Minime le escursioni verso Oriente: Liriche cinesi (1943), poi nel 1946 i Diari di dame di corte in Giappone e la Storia di Aladino, dieci anni dopo Omar Khayyâm. Rinnovata nel 1962 come "Nuova Universale Einaudi", acquistò subito una nuova personalità grazie alla veste grafica di Bruno Munari (con le famose "righe rosse") e a Giulio Bollati, che vi mescolava sapientemente gli antichi e i moderni, con mirate annessioni nel contemporaneo: Omero e Petrarca, ma anche Nietzsche e Proust, anche Saba, Gadda, Borges. Si dipanava così unidea dei "classici" come benevole compresenze, utili a illuminare gli incerti orizzonti del presente, simboleggiati intanto dalla Crisi della civiltà di Huizinga, non a caso tra i primi volumi della nuova serie. Crescevano via via i testi espressamente politici, a cominciare dal Manifesto del Partito Comunista (1962); in quel contesto, anche i Nuovi poeti sovietici curati da Ripellino, per non dire delle poesie di Brecht e del Romanzo storico di Lukács, puntavano lindice oltre cortina, bilanciati a stento da Gobetti e dalle Lezioni di Luigi Einaudi. Col Sessantotto, questo indirizzo diventa sempre più aperta militanza: non solo Marx ed Engels, non solo Rosa Luxemburg, non solo il Che fare? di Lenin e Letteratura e rivoluzione di Trockij, ma anche Che Guevara (1969), anche Mao (1979). Incastonandosi fra lOrlando Furioso e i Buddenbrook, quei testi suggerivano una strategia per intendere il presente prelevando il meglio dai vasti magazzini del "classico", ma anche promuovendo sul campo a testi-guida qualche opera, qualche autore iconizzato or ora. Pochissime, invece, le esplorazioni fuori dal confortante perimetro dellOccidente: gli Storici arabi delle Crociate (1963), la poetica di Anandavardhana (1983), e semmai Gandhi (1973) e i saggi di Lu Xun (1968). A ispirare le scelte sono via via Ponchiroli, Davico Bonino, Carena, Paolo Fossati, Carlo Bonadies, Mauro Bersani, ma il ritmo si dirada e lidentità della collana si fa sempre più incerta: dal 1998 ad oggi, sopravvive solo coi tre volumi di Romanzi e prose di Volponi (2002). Crisi di scelte editoriali, forse. Ma anche di una certa idea di "classico", forse troppo ostinatamente eurocentrica. E vero, classicus è parola latina (in origine designava i più ricchi contribuenti fiscali, e poi per metafora gli scrittori "di prima classe"). E vero, a partire dal Quattrocento italiano (Filippo Beroaldo, 1496) "classici" sono in tutta Europa gli autori greci e latini, in quanto perpetuo modello di etica e di stile. E vero, anche le letterature europee, a cominciare dalla Francia, individuano una propria fase "classica"; e i nostri classici sono Dante, Petrarca e Boccaccio, e poi Ariosto e Tasso, Leopardi e Manzoni; come lâge classique dei Francesi è quella di Cartesio e Molière, di Corneille e Racine, e corrisponde in Spagna al siglo de oro che culmina nel Chisciotte, in Inghilterra a Shakespeare, in Germania a Goethe e Schiller. E vero, insomma, che lidea di "classico" si è identificata per molto tempo con quella di un canone di autori che il tempo ha innalzato su immobili piedistalli, consacrandoli come modelli inarrivabili, perpetui. Ma quei piedistalli mostrano ora qualche crepa: li erodono almeno due tarli, luso sempre più estensivo di "classico" e la cultura globale. Per esempio, è diffusa nel linguaggio della pubblicità laccezione di "classico" per designare un prodotto superato da nuove versioni dello stesso, ma ancora richiesto da una parte della clientela (per esempio MacIntosh Classic, Coca-Cola Classic): ma qui "classico" è quasi sinonimo di "invecchiato, stantío". Più radicale è laltro fattore di crisi (laltro "tarlo"): il canone dei classici greco-romani si identificò in tutta Europa, a cominciare dalla Germania di Humboldt, con la cultura delle élites, ma proprio per questo è oggi sotto accusa. Per sentirci più simili agli Antichi, abbiamo finito per rendere loro identici a noi, e dellAntichità greca e romana abbiamo fatto la culla di un Occidente sempre eguale a se stesso, che non è mai esistito, ma che sulla continuità con lAntico ha fondato le proprie pretese di egemonia sul mondo. Abbiamo attribuito a quei classici una universalità "fuori del tempo", ma in realtà li abbiamo usati come proiezione e legittimazione di valori delloggi, senza accorgerci che quellimmagine astratta e ideologizzata del classico lo impoverisce riducendo a fittizia unità una straordinaria molteplicità di esperienze e di culture. Oggi assistiamo a qualcosa come un ultimo atto: il galoppante regresso delleducazione classica nei sistemi formativi si intreccia alla vuota retorica dei valori "classici" come fondativi, che ne accompagna il declino come una marcia funebre. Se cè un futuro del "classico", esso non può che essere nella riscoperta della sua radicale diversità da noi, nel confronto con altre culture, con altre tradizioni, con altre "classicità": che non sono mai equivalenti alla nostra, ma proprio nella loro feconda diversità possono insegnarci a riscoprire, perché no?, Sofocle e Virgilio. In Cina, per esempio, il grande critico Zhu Guangqian, per tradurre il termine "classico", che conosceva da un saggio di Sainte-Beuve, ricorse nel 1935 a due concetti tradizionali, gudian e jingdian, dove gu vale "antico", dian "canone", jing "trama". Il carattere dian si scrive con due mani che sorreggono un supporto scrittorio, dunque rimanda a una codificazione libraria; jing designa anche i testi sacri ("Bibbia" si traduce come Shengjing, "Sacra Scrittura"). Il "classico" cinese, diversamente da quello europeo, è autorevole per la forza anonima della tradizione e non per la presenza dellautore, è normativo e analogico, non analitico e classificatorio. Ma queste alterità ci insegnano più di ogni pretesa identità. La NUE che rinasce intende proporre unassidua, rigorosa esplorazione del "classico" in tutte le culture. Usciranno ogni anno quattro titoli, dei quali uno greco o latino, gli altri prelevati da altre tradizioni: vanno oggi in libreria La consolazione di Filosofia di Severino Boezio, testo che dal buio di una prigione a Pavia e alla vigilia della condanna a morte del suo autore (anno 525) chiude lAntichità e apre il Medio Evo; Il viaggio notturno e lascensione del Profeta (attribuito al cugino di Maometto Ibn 'Abbas ma composto assai più tardi), visionario racconto della cavalcata di Maometto in groppa alla Buraq, destriero alato dalla testa umana, fino a Gerusalemme, e poi della sua scalata per i Sette Cieli, in cui il Profeta, attraversando la storia allinverso, incontra prima Gesù, poi Abramo e Mosè, e finalmente Adamo; il Trattato di Manu sulla norma, labirintico corpus di norme etiche, giuridiche e politiche, in sanscrito, del II secolo a. C., che prescrive con impassibile minuzia rituali, gesti e obblighi comportamentali degli Indiani, rigorosamente ripartendoli per casta; e infine la Storia di Saigyo, anonimo racconto minimalista della vita e delle peregrinazioni dello squisito poeta giapponese Sato Norikiyo (sec. XII: Saigyo fu il suo nome da monaco), che serve da cornice a una preziosa antologia delle sue intense composizioni poetiche. In questi volumi, che aprono programmaticamente la nuova stagione della NUE, la traduzione è sempre condotta sulloriginale, e ampi commenti e saggi invitano il lettore a entrare nel testo apprezzandone le singolarità, perfino le stranezze; uno stesso approccio storico-filologico è condiviso da curatori e prefatori di discipline assai diverse, come Maria Bettetini, Barbara Chitussi e Giovanni Catapano (Boezio), Ida Zilio-Grandi, Maria Piccoli e Cesare Segre (Viaggio del Profeta), Federico Squarcini, Daniele Cuneo e Aldo Schiavone (Trattato sulla norma), Lydia Origlia e Giancarlo Calza (Saigyo). Segrete simmetrie, rimandi impercettibili catturano alla prima lettura, suggeriscono ritorni al testo, nuovi percorsi: lalternarsi di prosa e testi poetici in Boezio e in Saigyo, la contiguità del Viaggio del Profeta con la visione dantesca dellaldilà (secondo alcuni influenzata dal Liber scalae Machometi, che racconta più o meno la stessa storia del Viaggio), laffascinante, magnetico mescolarsi di religione e diritto, etica e politica nei precetti del Trattato sulla norma. In tempi di approssimati esotismi, di letture frettolose, di traduzioni di seconda e terza mano, di libri "fiutati" e citati, ma non letti, la nuova NUE ci offre un esempio e una promessa. Sceglie testi "classici" secondo le declinazioni che il canone può assumere nelle varie culture, e li ripropone come tutti egualmente distanti luno dallaltro, e da noi. Ci invita a costruire una nuova attualità (un nuovo presente) esplorando "ai quattro angoli della terra" ogni possibile cultura tradizionale. Provando, con laiuto degli esperti, a ri-fondare per nostro uso una più ampia e ricca genealogia: non dellOccidente, ma delle civiltà umane. Perché questo è la parola letteraria: «non tomba, sepolcro, feretro, tumulo, mausoleo; ma conservazione, fuoco nascosto, piantagione di rubini, perpetuità vivente, granaio della lingua», e della vita (Neruda).
la Repubblica
13 Aprile 2010
LEinaudi rilancia la storica collana Nue: con uno sguardo proiettato su culture diverse
SA
Salvatore Settis
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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