La notizia è clamorosa. Il padiglione Usa è a rischio di partecipazione per la Biennale di arti visive del 2005. Al momento, non avendo copertura finanziaria adeguata, il colosso dei Giardini in stile palladiano, quello che fino a oggi sfoderava la sua potenza di immagine (e mezzi) è «sguarnito» di presenze. La commissione di esperti incaricata di scegliere il rappresentante dell'immaginario a stelle e strisce langue, esautorata dalle sue responsabilità. Il National Endowment for the Arts - l'agenzia governativa incaricata di distribuire i fondi federali su progetti culturali - avrebbe pensato di ridirigere i suoi fondi su altre scelte più mainstream (per esempio, Shakespeare) essendo l'arte contemporanea da sempre una spina nel fianco e fonte di molti attacchi. E i due principali sponsor del padiglione degli Stati uniti - la Pew Charitable Trusts e Rockfeller Foundation - hanno fatto sapere che stanno ricontrollando la loro «lista spese». Le mostre al padiglione della Biennale? Sono troppo care (circa un milione di dollari, dei quali 450mila forniti da governo più fondazioni private, il resto è a carico di musei, gallerie e privati vari), dunque, meglio tagliare via quel «programma di sovvenzionamenti» e orientarsi altrove. Disperando di trovare i soldi necessari in tempi brevi, alcuni funzionari del Dipartimento di stato hanno pensato di chiedere aiuto al Solomon R. Guggenheim di New York che pure non deve navigare in acque tanto tranquille se ha accettato di fare da cornice alla Diadora e alla nuova maglietta della Roma, con Totti in passerella. La direttrice del museo, Lisa Dennison, ha risposto che «si tratterebbe di tirar fuori una somma ingente di denaro in uno scorcio temporale troppo breve» e ha preferito per ora «non modere il freno». La partita è sospesa, anche se il Guggenheim si sta attivando per recuperare i fondi necessari in soli dieci mesi. La richiesta governativa che ha privilegiato una istituzione piuttosto che un'altra è stata però fonte di molte polemiche in America: si teme un «eccesso» di potere decisionale e si considera poco democratico che una commissione di esperti venga lasciata al palo per mere questioni finanziarie. La soluzione migliore al disastro - svicolando così da qualsiasi diatriba etica - l'ha trovata forse la simpatica direttrice del Walker Art Center del Minnesota, Kathy Halbreich. Ecco la sua proposta: «lasciare il padiglione vuoto e far sì che il pubblico proietti le proprie immagini sui muri». Una performance collettiva, dal sapore situazionista ma certo è solo una provocazione. Intanto, sul versante italiano, neanche dalla Biennale giungono segnali positivi: lo staff della prossima Mostra di arti visive è ancora ignoto (il totonomi naturalmente imperversa tra gli addetti ai lavori, in pole position ci sarebbe Ida Gianelli, direttrice del Rivoli) e l'edizione del 2005 sarebbe in alto mare, con tutti i problemi organizzativi che ne conseguono. Di ufficiale ci sono soltanto alcune presenze nazionali: padiglioni che evidentemente godono di miglior salute rispetto al «cugino» americano. La Francia ha affidato la sua mostra a Annette Messager, artista storica che con i suoi pupazzi semoventi e spesso spaventosi cerca di esorcizzare, come dice lei stessa, «i demoni della barbarie». Il Canada punta su un'artista nativa (Anishinabekwe) come Rebecca Belmore, nata in Ontario e trasferitasi aVancouver, che si muove con disinvoltura tra video e installazioni mentre l'Australia ha scelto Ricky Swallow, scultore di icone pop che a Venezia indagherà su temi come la morte, la vita e l'eternità.