Nella primavera del 45 si poté finalmente procedere a un esame dei danni di guerra. Si oscillò tra due cifre, lontane solo in apparenza: una era di 150 miliardi di lire del 1938 con una perdita del trenta per cento del patrimonio nazionale. Ma gli economisti, che si limitarono ai danni concreti nei settori principali dissero: 70 miliardi per lindustria e i trasporti, tre nelle abitazioni, sedici nellagricoltura, dieci in settori vari per un totale di circa 100 miliardi che rappresentavano il venti per cento del patrimonio nazionale. Se si sta alle capacità produttive le nostre industrie e la nostra agricoltura avrebbero potuto, nel giro di pochi mesi, tornare a produrre lottantacinque percento dellanteguerra. Decisivo, nella ricostruzione, fu laiuto americano. Per critici che si possa essere nei riguardi della politica estera ed economica americana, sta di fatto che senza laiuto degli Stati Uniti la ricostruzione dellItalia e dellEuropa occidentale non sarebbe state possibile in breve tempo. I primi segni di ripresa si ebbero nel 1946: il consumo pro capite aumenta del 50 per cento; le esportazioni superano il preventivo di ottocento miliardi in lire, e toccano i 1100 miliardi. Nel 1950 la ripresa è galoppante, si sono recuperati i consumi e le produzioni prebelliche, ora ci si avvia alla creazione di una società industriale avanzata, con livelli di incremento fra i più alti nel mondo. Vittorio Foa, un sindacalista rivoluzionario, ammette che il progresso "fu prodigioso" e che veramente si può parlare di miracolo, dato che, diceva Foa, «gli indicatori dello sviluppo furono da due a tre volte superiori a quelli dei novanta anni precedenti, i circa due volte superiori a quelli del più prospero periodo giolittiano». Ma, osservava Foa, era proprio in quel tipo di successo economico, proprio in quella rapida e fortunata ricostruzione, che si ponevano le premesse dei disequilibri futuri: unurbanizzazione che continuava a crescere anche se le industrie non crescevano in maniera adeguata, una fuga dalle campagne che non trovava compenso nelle grandi città, un discorso industriale tutto puntato sullautomobile, il petrolio, le strade e pochissimo sulla ricerca scientifica, sullelettronica, sullindustria tecnologicamente più avanzata. «Il profondo squilibrio osservò Foa fra i consumi privati e consumi sociali era già presente nella ricostruzione postbellica». Certo la sinistra e la borghesia progressista e riformatrice avrebbero potuto modificare in meglio la ricostruzione, ma erano troppo deboli politicamente e anche culturalmente, se si pensa che un solo industriale di quel tempo, Adriano Olivetti, aveva preoccupazioni urbanistiche e sapeva incontro a quale disastro si sarebbe andati. La scelta economica dei partiti comunista e socialista era quasi un nulla: le proposte avevano un significato propagandistico e demagogico, non si seppe neppure usare la forza allora notevole della classe operaia. Tale essendo la situazione, si deve ammettere che le cose non potevano andare diversamente nel bene come nel male. Paragonare la ricostruzione postbellica a quella attuale dei danni causati dalle sciagure naturali non regge, lItalia di oggi è un paese industriale in piena efficienza e non un paese disastrato come quello in cui ci trovammo alla fine della guerra. I nostalgici del fascismo e di Mussolini dovrebbe ricordare sempre a che prezzo dovremo pagare la politica fascista di conquista e di imperialismo straccione.
RICOSTRUZIONE - L'AQUILA - Il miracolo e lo squilibrio. La ripresa dopo la guerra e lo sviluppo malato
Nel 1945, l'Italia iniziò a procedere con un esame dei danni di guerra. Si oscillarono tra due cifre: 150 miliardi di lire del 1938 con una perdita del trenta per cento del patrimonio nazionale, o 100 miliardi con un venti per cento del patrimonio nazionale. Gli economisti stimarono che le industrie e l'agricoltura avrebbero potuto produrre lottantacinque percento dell'anteguerra in pochi mesi. L'aiuto americano fu decisivo nella ricostruzione.
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