Quel terremoto che è stato per lItalia lemigrazione ha significato ricostruire i centri storici italiani come "Little Italy" nel ventre di altri mondi Non si tratta semplicemente di rifare un insieme di case ma di ricomporre la storia personale e collettiva di una comunità. Ecco le idee del grande architetto È Renzo Piano che mi racconta una storia che lo ha impressionato. Nel centro storico dellAquila cè un solo caffè aperto, il Nurzia, ma è il punto di riferimento di chi è stato sfollato anche cento chilometri più in là. Perché venirsi a prendere un caffè qui significa mantenere il contatto con la città, con la propria città. Me lo racconta perché è parecchio tempo che lo inseguo per chiedergli come pensa si debba ricostruire. Lui è restio a parlarne, ma adesso, mi dice, può esprimersi un po più nel merito perché Claudio Abbado gli ha proposto di offrire agli aquilani, con i soldi della Provincia di Trento, un auditorium subito fuori le mura, tra il Castello e porta Castello. Precisa che è una piccola cosa di fronte alla grande avventura della ricostruzione, che è un lavoro a titolo del tutto gratuito e che non toglie alcuna delle risorse in loco. E che però ha un significato importante. È un esempio di come si può ricominciare da subito a ricostruire il centro con materiali leggeri, poco costosi, antisismici. Piano insiste: «una città non è un insieme di case, cè qualcosa di talmente prezioso nel tessuto vitale di una città che non lo si può cancellare con un colpo di spugna». Non è che le case prefabbricate costruite dalla Protezione Civile siano un errore, andavano fatte, dice, ma sono costruzioni in un nulla urbano, sono piazzate su una zona a vocazione agricola. Non ci si può aspettare da queste case una rinascita. Ricostruire significa qualcosa di differente. La prima cosa da ricostruire è lattaccamento delle persone alla propria storia in un luogo. Il pericolo è dimenticare che lAquila è un posto in cui esiste una storia personale e collettiva di identificazione con angoli, mura, luci, tramonti, vento, cani, montagne da sfondo, sapori di cibo, accenti di lingua, maniere di salutarsi. Gli dico che io penso che se siamo fatti di qualcosa, noi umani, siamo carne e geografia. Siamo definiti da luoghi che ci hanno cresciuto, impariamo a muoverci nel mondo a partire da un orientamento che ha che fare con quellandare su e giù per il corso a far vasche, che identifica nei limiti della nostra città il cerchio che andremo ampliando in vita ma che resterà come unità di misura dentro di noi. È una fortuna straordinaria essere cresciuti in una città che è divenuta nostra e che abbiamo ereditato, o che abbiamo conquistato negli anni, affezionandoci ad essa. Per questo i terremoti possono cancellare una città solo se cancellano la voglia degli abitanti di riaverla, di rimetterla a posto, di rifarsi rifacendola. Ci sono magnifiche storie di comunità di rifugiati che hanno ricostruito la propria mappa mentale altrove, anche a migliaia di chilometri di distanza. Sono anche storie nostre. Quel terremoto che è stato per lItalia lemigrazione ha significato ricostruire i centri storici italiani come "little italies" nel ventre di altri mondi. E oggi a Hong Kong le filippine emigrate come colf rifanno i propri villaggi una volta alla settimana sotto la hall della Hong Kong Bank dellarchitetto Foster, con la cucina fumante, i saloni di coiffeur, la danza, il karaoke, i giochi dei bambini. Renzo mi ricorda che negli anni 80 aveva lanciato ad Otranto un esperimento di partecipazione degli abitanti nella ricostruzione del proprio centro storico. Sotto un tendone aveva raccontato che si poteva restaurare da subito con cantieri aperti, materiali leggeri, senza cacciare via gli abitanti dalle proprie case mentre queste venivano restaurate. È la stessa cosa che pensa per lAquila. Lauditorium con la piazza antistante deve servire anzitutto ad una popolazione che non ha più piazze, spazi per riunirsi e deve essere usata come "sportello" informativo per gli architetti, le imprese locali e gli abitanti. Renzo sa che alla base del movimento delle carriole cè il costituirsi di consorzi di proprietari per cominciare da subito ad impiantare cantieri di vicinato. Sa quanto sia importante spiegare che esistono materiali e tecniche leggere ed agevoli, Lauditorium sarà costruito in pannelli di legno che resistono ad un terremoto della scala superiore di quello tragico di un anno fa. Quando gli chiedo se se la sentirebbe di proporre un piano di ricostruzione mi risponde che non ce nè bisogno. Si perderebbe solo tempo, due tre anni e nel frattempo si perderebbe lenergia magnifica degli abitanti, la loro mappa mentale vivente, la rete di relazioni che consente che siano loro, gli abitanti la maggiore risorsa economica della ricostruzione. Dice che ci sono architetti venuti dal Friuli e dallAustria, ma anche locali e giovani e comitati che stanno facendo un lavoro magnifico. Cè solo bisogno che queste energie non vengano frustrate, che vengano agevolate, mentre oggi ai proprietari nel centro storico viene perfino imposto di ricomprarsi le puntellature fatte da agenzie incaricate dalla Protezione Civile in cambio di una prelazione sulla ricostruzione. Limportante è che leffetto città, lo sdegno degli abitanti di fronte allannullamento del proprio orizzonte di vita abbia lo spazio per diventare progetto quotidiano, minuto. Basta cominciare e un cantiere darà lesempio a quello accanto, fuggendo la logica folle tipicamente italiana dellassistenza e dei borghi fantasma del Belice. Si possono ricostruire le case come erano, perché il legno consente ogni tipo di intonaco e di modellatura e se non è il legno saranno altri materiali come le pietre rese antisismiche dalle casseforme inventate per la ricostruzione del Friuli. Come ci aveva insegnato lItalo Calvino delle città invisibili le città sono una proiezione ad occhi aperti dei sogni dei propri abitanti. Per questo possono sempre rinascere.