E un piccolo Crocifisso, in legno di tiglio, alto soltanto 41 centimetri, eppure è già considerato un grande capolavoro, perché un folto gruppo di storici dell'arte ha stabilito che può averlo scolpito Michelangelo all'età di circa 20 anni, e quindi nel 1495, essendo nato il celebre artista fiorentino nel 1475. L'opera è adesso esposta al pubblico al Museo Horne di Firenze, dove resterà fino al 4 ottobre, messa a confronto con altri due crocifissi quasi coevi: uno di Giuliano da Sangallo, l'altro di Baccio da Montelupo e, secondo la tradizione, appartenuto a Gemiamo Savonarola (oggi fa parte del Museo di San Marco a Firenze). Grazie a quest'iniziativa, i maggior esperti di Michelangelo hanno potuto studiare il fino ad oggi ignoto microcapolavoro e nel bel catalogo della mostra, edito da Umberto Allemandi, i saggi di Antonio Paolucci, Umberto Baldini, Luciano Bellosi, Giancarlo Gentilini e Massimo Ferretti danno tutti una risposta univoca: è Michelangelo. Con quest'etichetta, e non con la dizione più incerta di «attribuito a», l'opera verrà presentata a Tokyo, al Metropolitan Alt Museum, dal 23 ottobre al 19 dicembre, nell'ambito di una vasta rassegna dedicata a «Firenze 1330. Alle origini dello stile fiorentino», che andrà poi al Museo civico di Kyoto dal 29 gennaio al 10 aprile 2005. Se a questo punto il responso degli storici dell'arte sembra unanime, manca purtroppo a tutt'oggi un documento oggettivo che confermi la paternità michelangiolesca. Franca Falletti, direttore della Galleria dell'Accademia di Firenze, dove sono esposti il David e i Prigioni di Michelangelo, è anche lei convinta della validità di quest'attribuzione: «del fatto che manchino documentazione d'archivio non c'è di che stupirsi. Poiché si tratta di un oggetto devozionale destinato a un culto privato è normale che non si trovino atti puntuali di committenza. Per l'epoca era un'opera di poco conto, mentre per noi è un vero capolavoro. «La datazione, però - aggiunge la Falletti - io la collocherei un po' più avanti nel tempo, rispetto a quella proposta dagli altri studiosi nel 1495. Non vedo il motivo di anticipare così tanto, io penserei al 1504 o 1505». Il merito d'avere attribuito per primo a Michelangelo il crocifisso è di Giancarlo Gentilini, professore di Storia dell'arte moderna all'Università di Perugia. «La mia ricerca - spiega Gentilini si basa su precisi riscontri stilistici. Io vedo affinità stringenti col Cristo della Pietà di San Pietro a Roma. In entrambi i casi la figura umana è allungata e la testa si abbatte sul petto, seguendo un canone proporzionale totalmente nuovo, tipico del Buonarroti». Con lui si sono trovati d'accordo Umberto Baldini, per molti anni direttore dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, Luciano Bellosi, professore di Storia dell'arte all'Università di Siena, e Massimo Ferretti, docente alla Normale di Pisa. Per rafforzare quest'ipotesi è stata fatta persino una Tomografia Assiale Computerizzata alla scultura lignea e la relazione sulla TAC di due anatomopatologi, Massimo Galisano e Pietro Bernabei, conferma che l'autore del crocifisso «conosceva alla perfezione l'anatomia umana per diretta e prolungata esperienza settaria». È un'ulteriore prova a favore di Michelangelo, uno dei primi artisti ad aver praticato la sezione di cadaveri, a cominciare dal 1492 nell'ospedale annesso al Convento di Santo Spirito a Firenze, come racconta un cronista dell' epoca, il Condivi. Aquesti studi scientifico-anatomici e storico-artistici si potrebbe accostare una provocatoria analisi iconografica «di genere». Nel crocifisso Gesù non ha l'aspetto di un uomo di trentatré anni, segnato dal cruento martirio, ma è invece un bel ragazzo dal corpo longilineo, flessuoso e aggraziato, nudo e senza perizoma. Sembra uno di quei giovani che, secondo alcuni biografi, Michelangelo amava, forse limitandosi ad un approccio affettivo-estetico, come nel caso di Tommaso Cavalieri, l'amico a cui dedica appassionate poesie. Va notato come l'iconografia virile nella produzione di Michelangelo cambi nel corso del tempo. A vent'anni raffigura corpi esili e slanciati, mentre nella piena maturità scolpisce o dipinge maschi muscolosi e possenti. L'ipotesi scabrosa (ma per chi poi!) dell'omosessualità latente di Michelangelo sembra confermata dal suo modo di rappresentare la donna, che ha quasi sempre un aspetto da virago, muscolosa e accigliata. L'unico volto femminile dall'espressione tenera è quello della Madonna nella Pietà di San Pietro, eseguita appunto in età giovanile nel 1498. Una dolcezza quasi identica, benché d'altro «genere», la troviamo nel Gesù crocifisso testé ritrovato.