di Marco Carminati I bronzi di Riace parrebbero, a prima vista, l'emblema della salute: sono due "marcantoni" di bronzo alti due metri, pesanti due quintali e per di più belli, vigorosi, muscolosi, forti e machi. Attenzione, però, sono solo apparenze. Le due statue di Reggio Calabria, in realtà, sono fragilissime e cagionevoli come lo può essere chi ha raggiunto la veneranda età di 2mila e 450 anni ed è stato per svariati secoli a mollo nelle acque del Mediterraneo. Come si ricorderà, i bronzi vennero trovati per caso da un sub romano nell'agosto 1972 nei fondali davanti a Riace. Da quel momento sono scattate le operazioni "cliniche" per la tutela della salute dei due capolavori, rivelatisi due rarissimi originali greci del V secolo miracolosamente sopravvissuti alla falce del tempo. Ricoverati a Firenze, presso l'Opificio delle Pietre Dure, i guerrieri di Riace vennero sottoposti a prime, delicatissime cure per liberarli dalle incrostazione marine. Così ripuliti, vennero esposti nel 1980 al Quirinale e ammirati da code interminabili di visitatori. Nel 1982 raggiunsero Reggio Calabria e conobbero una seconda fase di cure, prestate agli illustri pazienti all'interno del Museo Archeologico di Reggio e mirate a liberare i bronzi dalle terre di fusione rimaste intrappolate al loro interno. Fu in quella occasione che i tecnici di Finmeccanica studiarono uno speciale basamento antisismico e perni speciali d'acciaio per reggere e sostenere le statue anche in caso di forti scosse di terremoto. Quel ciclo di cure terminò nel 1995. Adesso, dopo 15 anni, i bronzi di Riace e il loro stato di salute sono di nuovo tornati alla ribalta. Cinque mesi fa, poco prima di Natale, il Museo Archeologico di Reggio Calabria è stato chiuso per radicali lavori di restauro promossi dal Ministero dei Beni Culturali. Il Museo riaprirà completamente rinnovato nel marzo del 2011 per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia. Questa chiusura s'è rivelata l'occasione propizia per rimettere i bronzi sotto osservazione clinica. Dapprima s'era pensato di portarli a Roma e di ricoverarli all'Istituto Centrale del Restauro, in quanto istituzione dotata di macchinari e "sale operatorie" necessarie a ogni genere di intervento. Ma gli abitanti di Reggio si sono vivacemente ribellati alla partenza dei loro eroi, spingendo le autorità e la soprintendenza locale a trovare una soluzione in città. Grazie all'intelligenza e alla liberalità del Consiglio Regionale della Calabria, l'"ospedale dei bronzi" è stato allestito nei vastissimi atrii di Palazzo Campanella, sede del Consiglio Regionale. Con un investimento di oltre 2 milioni di euro, il Consiglio Regionale ha dotato questo "ospedale" di tutti i macchinari necessari a un nuovo restauro conoscitivo delle statue, compiuto questa volta con mezzi di indagine più innovativi e sofisticati rispetto a quelli disponibili nel '95. Ma la cosa ancor più positiva è che questo "ospedale" s'è pensato di lasciarlo aperto al pubblico, gratuitamente, ogni giorni dell'anno (Pasqua compresa), permettendo al visitatore non solo di continuare a vedere i bronzi, ma di vederli in una posizione assai ravvicinata e da un punto di vista molto particolare, di solito riservato ai soli archeologi e ai restauratori. I bronzi si trovano, infatti, stesi sui loro lettini lignei, perfettamente in vista, circondati dai più avveniristici macchinari (monitor, cappe, endoscopi giganti argani di sollevamento, eccetera) che paiono assumere l'aspetto di istallazioni d'arte contemporanea. Quasi tutti i visitatori quadruplicati di numero rispetto a quelli che andavano ad ammirare i bronzi al Museo si pongono questa domanda: «Come stanno i bronzi?». Giriamo l'interrogativo a Pasquale Dapoto, il direttore del Laboratorio di restauro del Museo Archeologico di Reggio Calabria, che ha in cura i pezzi. «I giovanotti di Riace dice Dapoto sono cagionevoli di salute, ma vista l'età e le vicissitudini subite se la cavano abbastanza bene. Noi li stiamo restaurando per due motivi: il primo è per costatare il loro effettivo stato di salute oggi, il secondo è per trarre dalle analisi informazioni che possano aiutare a chiarire i principali enigmi legati a queste opere d'arte: e cioè come, dove e quando vennero realizzate». A giudicare dai sofisticati macchinari che circondano i bronzi è ovvio che non si tratta di una semplice spolveratura. «Proprio no sorride Dapoto . Abbiamo cominciato a scannerizzare i bronzi, cavando un rilievo tridimensionale. Questo rilievo ci è servito per realizzare due copie perfette in materiale plastico bianco, che a loro volta ci sono servite per costruire i busti in carbonio che ci servono per avvolgere e movimentare le statue originali in totale sicurezza. Le copie in plastica verranno messe nel nuovo Museo Archeologico a disposizione dei visitatori non vedenti, che potranno toccare e quindi comprendere le statue». È vero che avete fatto l'endoscopia ai bronzi? «Certo, passando dai piedi e addentrandoci nei corpi. L'operazione ci serve per vedere e recuperare le residue terre di fusione rimaste ancora intrappolate all'interno. Le terre di fusione, una volta analizzate, possono fornire notizie utilissime sulla provenienza delle statue, o quanto meno sul luogo della loro fusione. In passato, grazie ad analisi analoghe, si è capito che le statue non erano coeve: una risale al 450 avanti Cristo e l'altra attorno al 415. Con le analisi in corso contiamo di ricavare notizie ulteriori su questo fronte». Ed è vero che avete sottoposto i bronzi alla Tac? «Sì, ed è stata un'operazione piuttosto impegnativa. A causa delle radiazioni sprigionate abbiamo dovuto lavorare di notte, con il personale della Regione al sicuro a casa propria. Dalla Tac abbiamo ricavato immagini nuove e perfette di ogni dettaglio del bronzo come mai prima avevamo potuto ottenere». E a che cosa servono queste immagini? «Ci permettono di capire tante cose sullo stato di salute dei bronzi. Possiamo, ad esempio, individuare con certezza i punti deboli delle statue, vale a dire le fratture causate dalla fusione, i punti dove sopraggiunse il bronzo fuso (utilissimi per capire meglio le tecniche di fusione utilizzate e quindi il tempo e l'area geografica d'esecuzione), e poi tutte le fratture e i traumi subiti nel tempo dai nostri eroi». Temevate di imbattervi in qualche grave patologia? «Sì, quella del cosiddetto "cancro del bronzo", che è incurabile. Per fortuna, le statue non sono affette da forme di corrosione. Solo in piccoli punti si notano principi di corrosione attiva che però si possono facilmente individuare e curare». Allora, lunga vita ai bronzi! «Si, per fortuna, lunga vita». «I Bronzi di Riace a Palazzo Campanella», Reggio Calabria, Palazzo Campanella, fino al marzo 2011, (aperto tutti i giorni 9,00-19,30) www.bronzidiriace.org.