Leonardo eMichelangelo, la storia infinita: ma chi è stato il più grande? Jonathan Jones riapre la diatriba in un libro. Svelando il suo preferito Da pagina 1 Cinquecentosei anni dopo la sfida continua al di là della Manica: Leonardo attacca con il sorriso della Gioconda, Michelangelo si difende dietro la smorfia (ma nel termine grimace c'è di più: un ché di serioso) del David. L'umanista «laico» e amante dalla scienza da Vinci rilancia con la «perfezione classica e l'ambiguità sognante» del suo più famoso dipinto, mentre il cattolico Buonarroti risponde con il «disegno tagliente come avesse confidenzialmente mappato la forma dell'aria con penna e inchiostro» del suo re nudo. Bellissimo Il David di Michelangelo, Firenze, Galleria dell'Accademia È la storia infinita del più titanico scontro tra giganti dell'arte: chi è stato il più grande, Michelangelo o Leonardo? Jonathan Jones, celebre storico e critico d'arte londinese e giudice del prestigioso Premio Turner lo scorso anno, ha da poco riaperto la secolare diatriba che Firenze aveva chiuso con «la battaglia delle battaglie»: Battaglia di Anghiari contro Battaglia di Cascina, Leonardo contro Michelangelo, con in palio un biglietto di carrozza per Roma, la Cappella Sistina, l'agognato premio e gloria. La sfida rivive nel libro The Lost Battles: Leonardo, Michelangelo and the Artistic Duel that Defined the Renaissance appena pubblicato da Simon Schuster ( per acquistarlo: guardian.co.ukbookshop, 25 sterline). In copertina c'è uno schizzo del ponte alle Grazie sopra il quale campeggiano cupi e arcigni i volti dei rispettivi autoritratti. L'atmosfera è quella di una patina sfumata da papiro consumato dalla storia. Siccome non si tratta di un giallo anche se l'autore racconta Firenze, il Rinascimento e i due protagonisti proprio come in un thriller forse non è peccato mortale svelare il finale del Jonathan Jones pensiero: «Nel mio cuore vince Leonardo». Esattamente l'opposto di ciò che la gara di Palazzo Vecchio decretò tra le due battaglie «perdute», da cui il titolo del trattato. Jones ci dice che, non essendo pervenute a noi le due opere oggetto della contesa, la Storia non potrebbe o non dovrebbe decretare un vincitore. La sua analisi è principalmente rivolta all'anima più che alla tecnica: Monna Lisa è «una star da premiere cinematografica» ma anche «santuario del paradosso», il David è «angosciato come la pura roccia di montagna». Poi si sposta sui caratteri dei due contendenti: Leonardo solare, vitale, quasi gioviale, Michelangelo scontroso, duro, geloso dei suoi segreti. Fino ad arrivare alla nostra Firenze, ricostruita, scoperchiata, quasi vivisezionata, artisticamente s'intende. A Firenze, col suo colorito linguaggio pieno di immagini metaforiche, Jonathan Jones pone la domanda delle domande: come ha fatto una sola città nello stesso momento a dare alla vita (e a far scontrare, nell'odio reciproco) i due più grandi geni dell'umanità? Lo scrive con una certa e per niente velata invidia. Monna Lisa e il David «gli oggetti d'arte più rinomati nel mondo, quasi l'uno l'immagine riflessa dell'altro o piuttosto il positivo e il negativo. Non è una coincidenza: creati nello stesso momento, nella stessa città da due rivali che si guardavano come Matisse avrebbe un giorno guardato Picasso, sono oggetti di una competizione diretta, pubblica e frenetica come oggi sarebbe il premio Turner». Per Jones quella tra la Battaglia di Anghiari e la Battaglia di Cascina «è stata l'originale, definitiva e fondamentale competizione artistica, il premio del genio». Infatti tutto il libro ruota intorno alla stessa domanda, e Jones ce la pone e se la pone molte volte: «As to which is greater ... can we give an answer?». La domanda non è chi sia stato il migliore («potrebbe suonare assurdo chiederselo ancora, oggi») ma se si possa ragionevolmente aggiudicare la palma del migliore con i criteri di valutazione attuali. «Entrambi prosegue il critico svelano ancora eccentriche stranezze che li catapultano oltre la loro stessa eredità artistica, fin dentro la grandezza dell'umanità», perché «il potere di suggestione che tutt'oggi le loro opere conservano è quello dell'immortalità, perché sia il David che Monna Lisa hanno il dono eterno del sembrare vivi». Poi, come preannunciato, l'autore svela da quale parte batta il suo cuore: «Nel 1506, dopo due anni di competizione, Firenze scelse il vincitore, il genio definitivo, Michelangelo. E il premio non fu una cosa vile emisera come il denaro, fu l'onore di definire il look del Vaticano e dare forma al futuro dell'arte». Ma, ecco il colpo di coda di in favore di Leonardo, «allo stesso tempo lo sconfitto valicò le Alpi fino in Francia portandosi dietro il suo più famoso dipinto. E oggi Monna Lisa sorride enigmaticamente al suo continuo sciamare di fan». Perché, sostiene Jones, il palcoscenico del Louvre è come se nobilitasse di più del piedistallo dell'Accademia. E infatti, chiosa ironicamente nel finale: «Che strano modo di perdere».