A Ercolano sono arrivati gli americani e fanno quello che allo Stato non riesce: organizzare e restaurare il nostro patrimonio culturale. Che così finisce in mani straniere Il polso della situazione, negli scavi di Ercolano è dato da una dichiarazione della soprintendenza. «Per rispondere alle domande dobbiamo prima concordarle con l'Herculaneum conservation project, spiegano dagli uffici della direttrice degli scavi Maria Paola Guidobaldi. In pratica il settore pubblico deve prima accordarsi con il privato. Perché l'area archeologica di Ercolano è stata strappata al degrado, all'abbandono e all'incuria solo grazie all'intervento di David Woodley Packhard, noto filantropo statunitense e professore di greco e latino, figlio del co-fondatore della Hewlett-Packard, David Packard. L'Herculaneum conservation project (Hcp) è infatti nato nell'estate del 2000, subito dopo la visita ad Ercolano il 29 giugno del 2000 di Packard e dell'allora di direttore della British school di Roma, Andrew Wallace-Hadrill, tuttora direttore dell'Herculaneum conservation project. Da allora Packard finanzia la manutenzione, il consolidamento, i nuovi scavi e la divulgazione scientifica di questo immenso patrimonio dal valore incalcolabile. Più facile è invece sapere quanto ha speso e come. Finora pare abbia svolto lavori per oltre 15 milioni di euro, dal maggio 2001 con un protocollo di intesa (Memorandum of understanding) che prevedeva il finanziamento di una serie di progetti; poi dal 2004 in maniera organica e continuativa grazie a un contratto di sponsorizzazione firmato con la soprintendenza di Napoli e Pompei, competente per Ercolano, e il ministero dei Beni culturali. Grazie a lui quell'area archeologica sta ora vivendo di nuova vita, quasi come se fosse stata scoperta una seconda volta. Perché questo di Ercolano è un modello che funziona ma del tutto irripetibile. Nonostante da più parti venga tirata fiori questa esperienza che funziona per chiedere di attuarla altrove. O addirittura di prendere a modello il sistema statunitense, quasi del tutto privato ma in un contesto completamente diverso dal nostro. Dalla proposta avanzata nel 2008 in Sicilia di privatizzare la Valle dei Templi, avanzata alla giunta Lombardo dell'assessore regionale ai Beni culturali Antonello Antinoro, ai viaggi a Tokyo del vicesindaco di Roma, Mauro Cutrufo, alla ricerca di imprese nipponiche disposte a garantire 10 milioni di euro per restaurare il Colosseo. Come già avvenuto negli anni Novanta per la Cappella Sistina, restaurata grazie a18 miliardi di lire, garantiti dalla Nippon television network corporation, in cambio dell'esclusiva sulle immagini tv dei lavori. Il problema, però, oltre al colonialismo culturale, sono i rischi futuri, perché un domani si potrebbe arrivare al privato che anticipa i fondi, per poi gestire la biglietteria e il merchandising. Lo Stato a Ercolano ha avuto la fortuna di trovare un appassionato come Packard che non è interessato a lucrare sugli scavi. Almeno per il momento. Niente marchi della sua fondazione senza scopo di lucro nata nel 1987, il Packard humanities institute, con sede a Los Altos in California, che finanzia l'operazione. E nemmeno della British school di Roma che si occupa di progettare e appaltare i lavori. Questi due organismi privati hanno creato l'Herculaneum conservation project che il 9 luglio del 2004 ha firmato con la soprintendenza (allora guidata da Pietro Giovanni Guzzo) e il ministero il contratto di sponsorizzazione quinquennale numero 577. Poi rinnovato il 6 agosto del 2009. L'obiettivo è «sperimentare e avviare strategie di lungo termine per la conservazione, che siano appropriate per Ercolano e potenzialmente applicabili in siti archeologici simili». Ma anche «elaborare un sistema di documentazione con il fine di agevolare la futura gestione del sito» e «acquisire nuove conoscenze archeologiche su Ercolano, attraverso il supporto alle attività di conservazione». Oltre ovviamente a «conservare, documentare, pubblicare e migliorare l'accessibilità ai reperti rinvenuti negli scavi». Come è stato fatto, ad esempio, per quelli trovati a Villa dei Papiri. Una ricca villa romana, rinvenuta in epoca borbonica fuori dal perimetro degli attuali scavi di Ercolano. Molto probabilmente ci viveva Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare e console nel 58 a.C. Tanto che al suo interno già nella metà del Settecento fu trovata una ricca biblioteca con quasi 2.000 rotoli di papiro, da cui il nome alla villa. Oggi grazie all'Herculaneum conservation project e all'utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, tutti i papiri sono disponibili online sul sito dell'Hcp. I papiri sono infatti stati scansionati con i raggi infrarossi, ricostruendone il contenuto, grazie a strumentazioni che negli Stati Uniti vengono usate nei laboratori della polizia scientifica. Il contratto di sponsorizzazione con l'Hcp è stato possibile grazie al cosiddetto Codice Urbani dei Beni Culturali, approvato dal governo Berlusconi nel 2004. All'articolo 120 è prevista «ogni forma di contributo in beni o servizi da parte di soggetti privati alla progettazione o all'attuazione di iniziative del ministero, delle Regioni o degli altri enti pubblici territoriali, ovvero di soggetti privati, nel campo della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale». Ma prima di firmare il contratto, la soprintendenza di Pompei ha chiesto dei chiarimenti al ministero. Perché pare che l'Hcp non voleva solo finanziare un progetto ma controllarne tutte le fasi, diventando in pratica una stazione appaltante. Così da scegliere anche l'impresa che deve effettuare i lavori. Così l'Ufficio legislativo del ministero, diretto oggi come allora da Luigi Torsello, ha stabilito che «la presenza dello sponsor riconduce l'esecuzione della prestazione all'ambito del diritto privato, escludendo il confronto concorrenziale, in considerazione anche della natura eventuale e non programmabile dell'intervento di sponsorizzazione che nasce da un'iniziativa spontanea, modalità che sono incompatibili con le procedure di gara, che postulano un invito a offrire rivolto a un determinato mercato». In pratica al privato che sponsorizza possono anche non essere applicate le regole degli appalti pubblici ma si può ricorrere all'affidamento diretto, velocemente e senza gara. Inoltre oltre al restauro di un monumento, il privato può partecipare anche attraverso l'esecuzione diretta dell'intervento. Così ad Ercolano la British school è diventata una stazione appaltante che progetta e fa eseguire i lavori alle imprese che sceglie attraverso una gara informale con la quale le aziende manifestano l'interesse ad aprire il cantiere. Il tutto direttamente online, attraverso un portale dedicato che permette alle imprese registrate di visualizzare gli avvisi dell'Herculaneum conservation project. Sarà un caso ma quasi tutti i lavori dell'area li sta effettuando la Forte costruzioni e restauri srl, con sede a Napoli. In più, nell'eventualità di un cantiere temporaneo per «lavori d'urgenza», come potrebbe essere quello per la sistemazione di una pietra caduta da un muro, l'hcp chiama direttamente l'azienda preferita. Per quanto riguarda i progetti straordinari, questi vengono proposti dalla soprintendenza e approvati da una commissione di consulenti scientifici. Senza questo passaggio il piano non può essere vagliato da David W Packard, il solo a decidere e attuare lo stanziamento finanziario necessario. Quando arriva l'ok della sua fondazione, le risorse vengono trasferite nelle casse della British school che gestisce appalti e contratti. Inoltre ogni due settimane al Packard humanities institute deve essere inviata una relazione dettagliata sullo stato dei lavori, le criticità, le possibili soluzioni. Il contratto del 2004 tra ministero e Hcp aveva una durata di cinque anni ma con una previsione complessiva di dieci per portare a termine gli interventi. Motivo per cui il 16 agosto 2009 è stato rinnovato. Un anno prima era arrivato dal ministro Bondi anche il commissariamento della soprintendenza di Napoli e Pompei con la possibilità per il commissario, il funzionario della Protezione civile Marcello Fiori, di derogare altre decine dileggi. Anche a Ercolano. Tuttora questo contratto è unico nel suo genere. Perché in Italia non esiste nulla di simile. Il project team dell'Hcp aveva individuato per i primi cinque anni di attività due obiettivi principali. Il primo era «rallentare il degrado che affligge tutte le parti del sito in un breve lasso di tempo, grazie a un'estesa campagna di lavori d'emergenza e a un'attività di manutenzione». Attraverso «la mappatura del volume e della natura del degrado, il consolidamento delle strutture pericolanti, la stabilizzazione delle superfici intonacate e dei mosaici in disgregazione, il diserbamento, il ripristino del sistema di raccolta e di smaltimento delle acque piovane, la riparazione e la sostituzione delle coperture e la dissuasione dei volatili». Il direttore dell'Hcp ricorda che quella mappa «in poco tempo diventò tutta rossa». In pratica il degrado affliggeva l'intero sito archeologico. C'era persino il problema dei piccioni, risolto semplicemente addestrando una coppia di falchi. La seconda priorità «è stata quella di sviluppare una strategia di conservazione per salvaguardare la sopravvivenza a lungo termine del sito e di valorizzarlo per tutti i suoi utenti». Andava quindi sviluppata «una strategia di manutenzione continua all'interno della campagna di lavori su tutto il sito, tramite la realizzazione di numerosi studi per migliorare la conoscenza (ad esempio: documentazione del sito, ricerca d'archivio, analisi scientifiche, ricerche archeologiche e geologiche), oltre a una buona gestione dei dati per assicurare che essi vengano utilizzati e, tramite l'istituzione di progetti pilota per sperimentare interventi conservativi a lungo termine». Nel 2009, raggiunti quasi del tutto questi obiettivi, è partita la seconda fase, contenuta nel rinnovo del contratto. «Le sfide più importanti che l'Hcp deve ora affrontare sono quelle di creare un'infrastruttura di base per la città antica (fogne, coperture protettive, accesso per i lavori) e sviluppare un modello di successo per la manutenzione continua in modo da garantire a lungo termine la sopravvivenza del sito». Ercolano è un patrimonio unico. La sua maggiore vicinanza al Vesuvio rispetto a Pompei ha garantito una conservazione unica dei reperti. Ma il degrado rischiava di distruggerli per sempre. Il presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali, Andrea Carandini, ha denunciato che a Pompei si perdono ogni giorno dieci centimetri quadrati tra intonaci e affreschi. Invece a Ercolano i lavori non si fermano mai. Per risolvere il problema delle acque piovane sono state rimesse in funzione le vecchie fognature della città romana. Portando alla luce anche resti biologici, attraverso i quali è stato possibile scoprire la dieta degli abitanti della città in epoca romana e le malattie che li affliggevano. Già all'arrivo negli scavi la differenza rispetto a Pompei è palese. Un parcheggio sotterraneo per i veicoli accoglie i visitatori. E all'interno di un parco attrezzato di circa un ettaro, un'area verde di fronte al nuovo ingresso. Per accedere sul piano antico della città è stato costruito un ponte definitivo in acciaio lungo 27 metri. Inoltre la fantastica barca scoperta il lontano 3 agosto del 1982, nella zona davanti alle Terme suburbane, è stata finalmente restaurata e collocata in un'apposita struttura. Sepolta dai flussi piroclastici, era rimasta sigillata nella coltre di materiali vulcanici che si indurì rapidamente garantendo, con la mancanza di ossigeno, la conservazione del legno. Anche dentro gli scavi è tutto in ordine. A Villa dei Papiri si continua a scavare e sono state scoperte nuove stanze. Inoltre l'intera città romana, adagiata in una fossa profonda decine di metri, viene illuminata di notte. Lungo le mura del perimetro, una volta consolidate, è stato realizzato un belvedere dal quale i cittadini della Ercolano moderna possono godersi lo spettacolo. Senza il rischio che qualcuno acceda di notte al sito, perché tutto il perimetro videosorvegliato è dotato anche di allarmi a infrarossi. Perché uno dei problemi è che l'area degli scavi è al centro della nuova città. Rendendo impossibile portare a cielo aperto il resto dell'antica Ercolano. «La cosa che colpisce - spiega un archeologo - è che tutti gli interventi sono stati fatti all'americana con materiali di qualità non invasivi. Dove serviva una copertura perché le mura delle case che erano in piedi è stata fatta con solai, internamente rivestiti in legno. Laddove invece andava salvaguardato solo un affresco o una scala di legno carbonizzata, questi sono state messi sotto vetro. Insomma - conclude l'esperto - la qualità dei lavori non è in discussione».
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