Luglio e agosto in città? Vi aspettano interminabili pomeriggi tra strade semideserte e assolate, con un'afa da togliere il respiro? Spiagge bianche e mare limpido in cui riversare problemi, ansie e stress sono solo un miraggio? Non preoccupatevi! Napoli non vi abbandona. In mancanza di onde, sabbia dorata, ammicca-menti da ombrellone e corpi sensuali, la città vi propone un'alternativa altrettanto "piccante", un modo per "allietare" un'insopportabile giornata di calura estiva. Lo sforzo, se così si può chiamare, è minimo. Occorre solo salire via Pessina e raggiungere il Museo archeologico nazionale, la più importante collezione d'antichità d'Europa. Vi pare poco? Nelle sue imponenti stanze, tra i tesori della collezione Farnese, la raccolta di antichità egiziane e i reperti d'area vesuviana (mosaici, pitture, suppellettili e quant'altro), si nasconde un piccolo "covo", il cosiddetto "Gabinetto segreto", che racchiude i dipinti, le sculture e i più insoliti oggetti dei lupanari di Pompei. Nell'antica Roma, come in tempi più recenti (almeno fino alla Merlin), il postribolo era la culla del piacere, luogo dove recarsi per sollazzare i sensi. Il termine "lupanare" viene da "lupa", parola a doppio senso con la quale veniva designata la meretrice. La prostituta, naturalmente, non era la donna fedele e laboriosa con la quale convolare a nozze e dar vita ad una prole legittima, ma l'ancella del piacere e, pertanto, doveva distinguersi dalle altre. La discriminazione era palese: la meretrice, infatti, indossava una veste speciale e non poneva le bende ai capelli come facevano tutte le altre donne. Come è noto, i Romani apprezzavano molto l'amore mercenario. Basti pensare che Domiziano, per attirarsi le simpatie del popolo, durante i festeggiamenti per la vittoria riportata sui Germani fece lanciare i gettoni per una "consumazione" nei lupanari. A Pompei sono stati individuati circa venticinque bordelli, quasi tutti posti presso incroci di strade secondarie. In genere, infatti, i postriboli erano associati a taverne ed osterie, oppure ricavati in stanze singole con porta direttamente sulla strada. L'atrio e le porte delle stanze erano quasi sempre decorate con pitture a carattere erotico. I dipinti dovevano essere una sorta di réclame degli svaghi offerti o, magari, la fonte d'ispirazione. Affreschi a luci rosse, vasi dipinti con posizioni da "antico Kamasutra", con orge, scene saffiche, simboli fallici di ogni dimensione, sculturine di accoppiamenti tra animali, piccanti oggettini, gadgets erotici, raffigurazioni itifalliche e priapiche (Priapo era il dio della fecondità sessuale e agricola): questo è il "Gabinetto segreto" (per chi volesse approfondire, è consigliata la lettura del volumetto di Stefano De Caro "II gabinetto segreto del Museo archeologico di Napoli", Electa), una porta di accesso all'eros dell'antica Roma, un ingresso nel mondo dell'amore, dei tradimenti, delle perversioni, degli eccessi e delle dissolutezze di un'epoca che ha lasciato molte tracce di sé nei costumi e nella mente dell'uomo di oggi.