Dopo il crollo di una galleria della Domus Aurea, soprintendenti e tecnici lanciano lallarme degrado Pochi fondi per la manutenzione, incuria e troppe infiltrazioni: la mappa dei siti in pericolo "A Piazza Armerina se avessimo curato meglio i resti, dopo avremmo speso molto meno" I trecento metri quadrati di terra zuppa dacqua che martedì mattina hanno schiantato la volta della galleria traianea della Domus Aurea non sono lunico peso insostenibile sulla schiena spezzata del patrimonio italiano. Una mappa dellarcheologia a rischio crolli evidenzia una situazione grave nella Roma dei palazzi imperiali e degli acquedotti, sullAppia antica come a villa Adriana, a Pompei, a villa Jovine a Capri, a piazza Armerina in Sicilia, fino in Puglia. «Quello che è successo ieri alle Terme di Traiano temo che possa succedere anche a Villa Adriana a Tivoli. Lì il pericolo è ancora maggiore» ha detto ieri il presidente del consiglio superiore dei Beni culturali Andrea Carandini presentando la mostra "Villa Adriana. Una storia mai finita". Più cauta la padrona di casa, la soprintendente del Lazio Marina Sapelli Ragni: «Rischi immediati di infiltrazioni non ce ne sono, però è vero che abbiamo muri alti anche 20 metri e che dobbiamo tenere sotto controllo la vegetazione rigogliosa. Attenzione e preoccupazione sono costanti». I fondi per la manutenzione ordinaria dei 30 edifici e degli 80 ettari sono una bazzecola: 900mila euro lanno mentre prima del Giubileo del 2000 in quattro anni ebbero 44 miliardi di lire. Il commissario per larcheologia di Roma, Roberto Cecchi, ha lanciato il piano di "manutenzione programmata" che prevede interventi minimi e costanti, controllo capillare per evitare che si arrivi al restauro. E il commissario della Domus Aurea Luciano Marchetti ha scoperto ieri che i pozzetti di scolo dei giardini sopra la zona del crollo non erano stati mai svuotati: ma il verde di Colle Oppio spetta al Comune. Racconta Beatrice Basile, che guida la Soprintendenza di Enna: «Alla villa romana del Casale a Piazza Armerina il degrado è stato fortissimo per anni e anni. Sarebbe bastato curare meglio i resti per evitare di spendere tanto nel restauro. Per la manutenzione di tutto lEnnese avevamo 150mila euro lanno. Fino al 2009. Ora? Nulla». Stessa cifra, «zero euro», avuta da Rita Cosentino, direttrice delle 1000 tombe etrusche di Cerveteri (40 le visitabili): «Le piogge hanno messo a rischio i tumuli in tufo. Abbiamo tenuto pulito il sito, ma grazie a dipendenti e volontari. Meno male che ora arrivano 250 mila euro di Arcus». Già, Arcus. La società interministeriale è stata più munifica con le terme patavine di Montegrotto: 3,5 milioni negli ultimi anni per un piccolo, certo importante, sito non particolarmente a rischio. Ma lì a scavare cè larcheologa Elena Ghedini, sorella dellavvocato del premier e membro del consiglio superiore Beni culturali. A Canosa gli ipogei ellenistici, come quello de Lagrasta o del Cerbero, hanno bisogno di cure continue. Ma per la manutenzione di tutta la Puglia la Soprintendenza archeologica guidata da Teresa Cinquantaquattro ha meno di 200mila euro. Quanto arriva a Canosa? «Poco o nulla». Ricchissima perché autonoma, ma con una marea di case, affreschi e templi da curare, è la Soprintendenza speciale di Pompei. Ieri il commissario Marcello Fiori ha presentato uno stanziamento di 39 milioni di euro. «Il 90 per cento andranno in restauri» assicura il direttore generale per lArcheologia, Stefano De Caro. Che sottolinea: «A Ercolano abbiamo fatto scuola per la manutenzione. La programmazione è la nuova frontiera della tutela».