LA MANO che ha dipinto lo "Spasimo" custodito a Caltanissetta non è quella di Raffaello Sanzio, ma di un suo allievo, Polidoro da Caravaggio, o probabilmente dei seguaci della sua bottega. È questo il responso che emerge dalla mostra "Spasimo e Spasimi di Sicilia", allestita al Museo Diocesano d'arte sacra di Caltanissetta, e organizzata insieme all'assessorato regionale, soprintendenza di Caltanisetta, Agrigento e Galleria regionale di Palazzo Abatellis di Palermo, che ha visto la presentazione dei risultati degli studi effettuati sull'antica tavola. Non basta così la firma "R. Urbinas" per accertare la paternità dell'opera, realizzata su due tavole di legno africano affiancate l'una all'altra, datate intorno alla metà del Cinquecento. Molte le tecniche adoperate per ottenere dati sul dipinto: dalla datazione effettuata con il carbonio 14, all'analisi spettroscopica sul legno ai raggi ultravioletti, fluorescenza ai raggi X e Tac. L'opera proviene dal Museo di Santa Croce di Caltanissetta ed è conservata adesso presso il Museo Diocesano; in occasione della mostra sono esposte circa trenta opere, tra disegni, incisioni, dipinti ad olio, sculture, tutti a tema sullo "Spasimo" e di autori vari, tra i quali Luca Cambiaso, Antonello Crescenzio, Albrecht Durer, Agostino Veneziano, Mario Minniti, Antonello Gagini, Filippo Paladini. Per rintracciare la storia del dipinto occorre riannodare i fili della storia: nel 1516 il giureconsulto Jacopo Basilico commissionò a Raffaello Sanzio, per la chiesa di Santa Maria dello Spasimo di Palermo, un dipinto raffigurante il dolore della Madonna alla vista delle sofferenze di Cristo, sulla via del Calvario. Un'iconografia già affermata nella tradizione cristiana, simbolica e importante per il contenuto e per l'immagine rappresentata. La tela venne ultimata da Raffaello nel 1520,e venne trasportata via mare a Palermo: ma, a seguito di una tempesta che affondò la nave, l'equipaggio finì in mare e tutto il carico venne perso, tranne il dipinto che, essendo chiuso in una cassa si salvò e venne trasportato dalle onde del mare fino a Genova. Saputo del ritrovamento, i monaci palermitani si impegnarono per recuperare il dipinto, e grazie all'intercessione del Papa riuscirono nell'intento. Il dipinto giunse finalmente in Sicilia e venne collocato nella chiesa Santa Maria dello Spasimo. Ma nel 1661 il viceré spagnolo don Ferdinando D'Ayala, che governava a Palermo, lo regalò a Filippo V re di Spagna. Il quadro rimase definitivamente in Spagna, dove è esposto al museo del Prado di Madrid. Per molti anni, ipotesi e leggende avevano dato come opera di Raffaello quella di Caltanissetta, indicando quella esposta al Prado come una copia eseguita per essere consegnata in Spagna. Ma anche un altro dato confermerebbe che l'opera nissena non è di Raffaello, come spiega Cris Nucera del Servizio beni storico-artistici di Caltanissetta: «La tavola nissena misura 128 centimetri per 92, quella del Prado 318 centimetri per 229. Non ha senso pensare alla realizzazione di una copia, viste le misure totalmente differenti. Inoltre l'iscrizione con la firma potrebbe essere stata apposta magari da un aiuto della bottega, quasi un marchio di garanzia, nel senso che l'opera potrebbe essere stata realizzata sotto la supervisione del grande pittore»