I discepoli Esposti anche più di 40 quadri provenienti dalla «bottega» seicentesca del pittore delle FiandreL' arte del maestro fiammingo Nella morbidezza delle forme un inno alla gioia di vivere C ome un fiume «nel quale la vita fluisce e di continuo s' agita, come l' aria del cielo e il mare dentro il mare». Metafora che coglie nel segno, coniata da Charles Baudelaire per descrivere l' esuberanza e la forza vitale della pittura di Peter Paul Rubens (1577-1640). Dopo la mostra genovese del 2004, il maestro fiammingo torna in Italia ospite d' eccezione a Villa Olmo di Como: sontuosa dimora neoclassica in riva al lago dove, da oggi al 25 luglio, va in scena il gran teatro del barocco nordeuropeo. La mostra «Rubens e i fiamminghi», ideata dall' Assessorato alla Cultura del Comune di Como e a cura di Sergio Gaddi e Renate Trnek, è la settima tappa di un percorso che ha visto la villa diventare un punto di riferimento del circuito espositivo internazionale. Parlano i numeri: la prima mostra del 2004, dedicata a Joan Mirò, è stata vista da 65mila persone, mentre nel 2009 i «Maestri dell' avanguardia russa» hanno richiamato 79mila visitatori. In complesso più di 500mila presenze in sei anni, un trend in crescita. «In questo iter Rubens segna una sfida più impegnativa - spiega Gaddi, esperto d' arte, Assessore alla Cultura comasco -. Finora abbiamo compiuto indagini sul Novecento, ma non vogliamo che Villa Olmo si focalizzi su un unico soggetto. Avere Rubens, un mostro sacro, era un sogno nel cassetto a cui lavoravo da anni». Concept di fondo, mettere in luce l' amore per la vita e per l' arte del maestro fiammingo, la potenza dei sensi che trasuda dalle sue immagini, l' attualità e l' universalità di questo messaggio. Come? Attraverso un nucleo di 25 capolavori autografi più 40 opere «di bottega» che ne contestualizzano il lavoro nell' ambiente delle Fiandre seicentesche. Tutti in arrivo da tre istituzioni museali di Vienna: Kunsthistorisches Museum, Liechtenstein Museum e Gemäldegalerie dell' Accademia di Belle Arti, diretta quest' ultima dall' esperta Renate Trnek. «Comunque, si fa per dire opere di bottega - prosegue Gaddi -. Tra i collaboratori di Rubens presenti in mostra ci sono infatti Anton Van Dyck, Jan Fyt, Jacob Jordaens, Cornelis de Vos: personalità artistiche indipendenti e spesso geniali». A dimostrarlo basterebbe lo straordinario «Autoritratto» giovanile di Van Dyck, sguardo diretto all' osservatore e ciuffo rosso, dipinto a 15 anni. Ma torniamo al percorso espositivo. Il punto di partenza è il genere pittorico del paesaggio, molto caro ai nordici. «Rubens ha saputo rinnovarlo, introducendovi il suo caratteristico accento dinamico e fondendo natura e figure umane grazie alla vibrazione cromatico-atmosferica», spiega ancora il curatore. Da non dimenticare che tra 1600 e 1608, Rubens ha vissuto e studiato in Italia: ecco allora la vivacità del colore dei veneti del ' 500, le prospettive oblique e i «sottoinsù» di Tintoretto e Veronese, la morbidezza di Leonardo, la «muscolarità» di Michelangelo. Di più: non è solo artista ma anche diplomatico, e per questo viaggia attraverso le più splendide corti europee, ricco e famoso, appassionato di lettere classiche, di musica, di archeologia. Il contrario dello stereotipo dell' artista maledetto e tormentato. Lo dichiarano con autentica joie de vivre i dipinti di soggetto allegorico, storico e mitologico che, andando avanti, formano uno dei cuori della mostra: dal «Borea che rapisce Orizia», manifesto dell' artista, stupefacente per la vivezza dell' incarnato femminile e la dinamicità compositiva, fino al gruppo delle «Tre Grazie», dipinto su modello di un gruppo scultoreo ellenistico. «Ma è nei pezzi di piccolo formato che si nasconde l' eccellenza - rivela Renate Trnek -: in mostra sono presenti numerosi bozzetti preparatori per lavori di grandi dimensioni, che in realtà sono opere ad olio perfettamente finite. E in più hanno il pregio dell' autografia spontanea e assoluta, perché Rubens li eseguiva di sua mano, senza interventi di collaboratori. Sembra di osservarlo mentre "pensa col pennello"». Concordava Federico Zeri, che vedeva l' apice dell' espressione rubensiana in una serie di piccoli dipinti sacri su tavola, presenti a Como, modelli per il soffitto della Chiesa dei Gesuiti di Anversa distrutto da un incendio nel 1718. A chiudere il cerchio, una serie di notevoli nature morte di scuola: contraddizione in termini, nel loro minuzioso iperrealismo sembra esplodere, ancora una volta, la vita. Chiara Vanzetto RIPRODUZIONE RISERVATA Le nature morte Così veri nei particolari In alto, «Sontuosa natura morta con pappagallo» di Jan Davidsz de Heem. Qui sopra, «Natura morta con cacciagione» di Melchior Hondecoeter. La vita sembra esplodere nel minuzioso iperrealismo delle due opere La guida «Rubens e i fiamminghi» è la mostra che si tiene a Como, a Villa Olmo (via Cantoni 1) da domani al 25 luglio. Orari: martedì-giovedì 9-20, venerdì-domenica 9-22. Ingresso: 975 euro. Il catalogo (240 pagine, 35 euro, 29 in mostra)è di Silvana Editoriale. Informazioni al telefono 031.57.19.79 o su www.grandimostrecomo.it. Il biglietto vale per visitare anche i musei cittadini, dal Tempio Voltiano al Museo Archeologico Giovio, al Museo Didattico della Seta. Nella foto di Ferdinando Sacco, una delle opere esposte, «Il pranzo dei contadini» di Gillis van Tilboch (1625-1678)