HILDESHEIMSiamo nel 1015, in uno spazio certamente chiuso, un grande laboratorio dove un vasto letto di materiali refrattari attende la colata della porta più grande mai fusa dai tempi dei romani: quasi cinque metri di lunghezza, per l'esattezza 472 centimetri x 114 ogni valva, per cui l'impresa dovrà essere ripetuta due volte. Siamo a Hildesheim, forse nei pressi del San Michele, la grande abbazia benedettina guidata da Bernward che è anche vescovo della città. E lui, il vescovo, probabilmente è presente mentre i maestri che hanno portata la lega di bronzo al punto di fusione, stanno per gettarla nella unica, enorme forma, rifinita in ogni particolare. Una tecnica antica, anzi antichissima, usata del resto già al tempo di Carlo Magno per le transenne e le porte della Cappella di Aquisgrana, ma che qui viene dilatata a dimensioni inusitate. Le figure più aggettanti verranno inserite in seguito, con perni, così che la porta sarà un sistema di altorilievi e figure a tutto tondo. Bernward forse assiste di persona alla fusione, ben più complessa di quella delle campane, e magari avrà anche seguito il lavoro di rifinitura a freddo dei fondi, e le operazioni finali di lucidatura e di patinatura. Ecco, è da qui che parte il secondo capitolo di una lunga storia, quella della cristianizzazione della Germania e dell'occidente nel segno di Roma. Ma, prima di riprendere il filo del discorso, converrà partire da più lontano, dalla Porta, dalla Torhalle di Lorsch. La porta trionfaleLa Torhalle sta al centro del cortile di accesso dell'abbazia di Lorsch: isolata, tre grandi fornici, semicolonne addossate, paraste aderenti al secondo livello, alternarsi di pietra rossa e bianca proprio come in alcuni monumenti romani; al piano superiore una stanza con dipinte colonne ioniche che reggono un architrave mentre forse, sotto, erano dipinte figure di santi ora illeggibili. A che cosa serviva questa struttura e, sopra tutto, cosa significava? Il modello per i contemporanei era evidente, si trattava di una replica dell'arco di Costantino a Roma, coi suoi tre fornici, e la distanza che noi avvertiamo dal modello, dove gli archi sono di livello diverso e le sculture reimpiegate o appositamente realizzate costruiscono un complesso racconto, sottolinea il nostro modo tanto diverso di intendere la copia. Siamo, a Lorsch, agli inizi, per altri studiosi alla fine del IX secolo: comunque il nodo sta qui, in un monastero benedettino di quelli riformati da Carlo Magno dove la ripresa, la citazione dall' antico, il rapporto con la Roma cristiana diventa determinante. Ecco, è su queste fondamenta che il sistema degli insediamenti monastici nelle terre germaniche conquistate si organizza, ed è grazie alla rete dei monasteri, che sono come città di nuova fondazione con decine, a volte centinaia di monaci e migliaia di contadini che lavorano le terre delle abbazie, è grazie a questa rete che le terre conquistate ai germani diventano cristiane. Ritorno all'antico Con la fine della dinastia carolingia non si interrompe il dialogo con Roma; la chiave sta tutta nella politica degli Ottoni, la dinastia sassone che domina la Germania e che sviluppa un forte legame con l'Italia, perché questo vuoi dire evocazione dell'impero romano cristiano e diretto rapporto con il Papato. Tutta la dinastia infatti passa per Roma e si fa incoronare qui dal Papa: Ottone I (912-973) fatto re di Germania ad Aquisgrana nel 936, è incoronato imperatore a Roma nel 962; Ottone II (955-983) è incoronato imperatore nel 967; Ottone III (980-1002) è incoronato imperatore nel 996; tutti identificano l'Impero con quello costantiniano, dopo la renovatio imperii di Carlo Magno. C'è un luogo dove questo senso del ritorno all'antico, questo dialogo programmato con il mondo romano e insieme cristiano si coglie meglio che in ogni altro in Germania, ed è Hildesheim, al Nord, a est di Aquisgrana. Qui due grandi edifici, il San Michele e il Duomo, propongono un nuovo modo di ripensare l'antico. Il precettore Ma c'è un protagonista, insieme a Ottone III, di questa ripresa della tradizione carolingia di ritorno all'antico, ed è Bernward di Hildesheim (960 C.-1022). Personaggio di cultura raffinata, precettore di Ottone III quando era ancora sotto la tutela della madre, la principessa greca Teofano, diventa vescovo di Hildesheim dal 993 e affina la propria educazione a Roma dove soggiorna due anni, fra il 1000 e il 1001, nel palazzo di Ottone III. Dunque conosce i monumenti antichi, ha una forte esperienza letteraria, ma certo anche delle tecniche costruttive e dei modi di lavorare legno e metalli, egli è quindi in grado di promuovere una vera rivoluzione architettonica. Fonda dunque il monastero di San Michele e organizza, nei primi venti anni del secolo XI, la ricostruzione del Duomo. Un racconto cristiano II San Michele ha subito, nella seconda guerra mondiale, enormi distruzioni, sanate in seguito dai restauri, eppure ancora oggi quello che rimane è imponente, come del resto le strutture del Duomo. Quello che doveva essere allora il segno più evidente di una eccezionale capacità di evocazione dell'antico sono le grandi porte bronzee e la colonna trionfale probabilmente pensate per il monastero del San Michele ma ora trasferite nella cattedrale. Bernward, la cui iscrizione tombale, giuntaci frammentaria, non a caso è in capitali romane, pensa due enormi battenti di bronzo, fusi in un solo getto, ponendo in parallelo, su ciascuno, otto storie del Vecchio e otto storie del Nuovo Testamento. L'iscrizione in capitali al centro della porta reca la data 1015 e il nome del committente, appunto Bernward. Quello che stupisce è però qui lo stile dove è evidente il peso del viaggio a Roma e quello di disegni, di appunti grafici presi da sarcofagi, archi onorari, architetture e anche porte tardo-an-tiche; infatti nelle valve bronzee m diverse scene sono proposte delle architetture concepite come negli sfondi dei sarcofagi antichi e sempre dall'antico derivano il senso del volume delle figure e i loro movimenti come ad esempio nella sequenza del sacrificio di Caino e Abele e dell'uccisione di Abele dove l'evocazione dei modelli romani serve per costruire un nuovo racconto cristiano. La grande colonna Alla porta fa riscontro un altro monumento, la cui fusione deve essere stata ancora più difficile, la colonna voluta da Bernward, ancora lui. Si tratta di un bronzo cilindrico alto 379 cm e del diametro di 58 cm, che si data attorno al 1020 e racconta storie della vita di Cristo in una striscia pensata come nelle colonne trionfali romane, e sopra tutto quella di Traiano. Bernward dunque stabilisce un rapporto fra idea dell'impero, quello moderno degli Ottoni, e un nuovo modo di concepire le figure. Bernward, nelle creazioni artistiche, evoca l'antico mentre il suo allievo, Ottone III, nel suo palazzo romano, si sente alla guida del nuovo impero cristiano in Occidente. Le officine che Bernward organizza a Hildesheim sono diverse, in esse forse sono presenti anche tecnici venuti dal Sud, dall'Italia. Quelle del minio poi sono un capitolo importante perché in esse si intende recuperare attraverso le immagini, certo poi anche riprese e dilatate sulle pareti delle chiese, l'idea di una romani-tas dei sovrani di Germania proposta appunto sull'asse da Aquisgrana a Roma. Anche nelle miniature i modelli non sono bizantini ma semmai tardoantichi, quei codici del VI secolo che, con gli avori, suggeriscono un nuovo modo, espressivo, di concepire la figura. Tutto questo, come del resto la porta e la colonna bronzea, ripropone la presenza del racconto cristiano per figure nell'arte di Occidente e stabilisce una precisa continuità fra arte del IX e del X secolo, fra età carolingia e età ottoniana.