Cannitello è un borgo di pescatori che si trova tra Villa San Giovanni e Scilla. Parcheggiate tra una casa e l'altra, ci sono le spadare, le imbarcazioni con alberi altissimi e lunghe passerelle per sondare il mare e catturare il pesce spada. Il paesello ha imparato a sopravvivere all'invasione agostana, all'abusivismo edilizio, agli alberghi esclusivi che tentano di privatizzare la costa. Ma la minaccia che incombe sui bergamotti di Cannitello è molto più grossa: proprio qui dovranno sorgere i piloni del Ponte sullo Stretto di Messina, il monumento all'ideologia autoritaria dello sviluppo-a-tutti-i-costi. A muoverla, è la stessa ottusa ostinazione che ha avvelenato con l'industria petrolchimica le coste siciliane o che ha cercato di trasformare la cultura meridionale, fatta di relazioni solidali e comunitarie, a colpi di cemento e lavoro sottopagato. E così dal 2 all'8 agosto, Cannitello ospiterà il terzo campeggio nazionale contro il ponte, che segue il campeggio della settimana scorsa dei dirimpettai siciliani. Dibattiti, concerti, spettacoli teatrali, danze, mostre fotografiche (il programma completo è su www.noponte.org).. «Il ponte, o meglio il "mostro sullo Stretto", è il simbolo di uno "sviluppo" che, dietro il ricatto della disoccupazione e della disperazione legata alla mancanza di lavoro, da decenni continua a imporci ogni genere di opera inutile e dannosa, che non solo non risolve i problemi già presenti, ma al contrario contribuisce, in modo decisivo, a peggiorare la nostra qualità della vita e quella dei nostri figli - dicono gli attivisti del Coordinamento meridionale contro il ponte - Non potremo più consegnare loro quel piccolo grande gioiello che le generazioni passate ci hanno preservato: l'incontro irripetibile di terra e mare, il dialogo armonioso di Scilla e Cariddi, l'eco dei venti, la risacca del mare, il canto delle sirene, la Fata Morgana che narra la storia millenaria di un luogo unico al mondo». Bisogna invece, proseguono, «ripartire allora dai luoghi, dalla memoria, dalle tradizioni, valorizzare le comunità locali». «Non accetteremo mai che lo Stretto diventi un cumulo di ferraglie e cemento, non accetteremo mai il destino della fuga, dell'emigrazione come unica possibilità di sopravvivere, la nostra terra non è in vendita, essa è la più grande ricchezza che abbiamo, ci appartiene e noi apparteniamo ad essa, da quando siamo nati in questi luoghi bellissimi e difficili». Il ponte sullo Stretto, insomma, già prima di nascere il suo miracolo l'ha già fatto. Ma non si tratta dell'età aurea che ormai da decenni disegnano le grancasse della propaganda capitanate da Nino Calarco, gran regista dell'opera come presidente onorario della società «Stretto di Messina» e proprietario della Gazzetta del sud, il quotidiano che da queste parti va per la maggiore. Si tratta della rinascita dei movimenti sociali e della società civile a Reggio Calabria e Messina, luoghi che sembravano refrattari ai movimenti di ogni risma nel decennio passato e che invece hanno preso a dare del filo da torcere ai potenti di turno. E come è avvenuto sempre, nei casi in cui i grandi temi dei movimenti antiliberisti sono planati sulle questioni sociali aperte nel paese (a Cosenza contro la violenza fatta alla città intera da un'operazione giudiziaria, a Scanzano contro le scorie nucleari, a Melfi contro il neofeudalesimo della Fiat) i cittadini guardano con simpatia e sostengono le mobilitazioni. La speranza è che il ministro delle infrastrutture Lunardi, che è un'autorità in quanto a trafori e scempi ambientali, questa volta abbia fatto un buco nell'acqua, quella che divide Scilla e Cariddi.