«Speriamo che le 82 opere italiane in Cina ci portino un po' di turismo» Il critico del «Sole 24 Ore» mette in luce un fenomeno non privo di rischi Firma tra le più autorevoli della critica d'arte, Marco Carminati de «Il Sole 24 Ore» è anche saggista. Il suo «David in carrozza. Le avventure di viaggio delle opere d'arte dagli obelischi egizi al boom delle mostre» (Longanesi, 296 pag., 18,60 euro), illustra un fenomeno su cui non si riflette gran che. E riguarda gli spostamenti dei capolavori, sempre più frequente nel mondo globale, ma con radici molto antiche. «Il critico d'arte dovrebbe essere del tutto indipendente per dire quello che pensa delle rassegne, dei libri, delle mostre... Questa figura non esiste» dice Marco Carminati, responsabile delle pagine d'arte dell'inserto culturale «Domenica» de Il Sole 24 ore. «Ci sono mostre pensate per il grande pubblico, senza nessun valore scientifico. Scriverlo è antipatico. Non si può essere snob verso chi apprezza le mostre blockbuster sempre più numerose in Italia. Il pubblico de Il Sole 24 ore è elitario, cerco di tenere il livello dell'informazione alto guardando anche a ciò che succede all'estero». Quando ha iniziato a fare il giornalista? "Nel 1990, appena laureato in Storia dell'Arte, lavorando per l'inserto culturale de Il Sole 24 ore. Ho scoperto subito tante cose che durante l'università non avevo imparato: a vivere a contatto con le mostre, con la cultura diffusa, non elitaria. Non avrei mai pensato di fare il giornalista. Sono un topo di biblioteca finito in un giornale". Ricorda il primo pezzo pubblicato? "No. Ci facevano scrivere brevi schede, per cinque anni anonime per tenere a bada la superbia e capire se uno era portato. Ricordo la prima mostra a cui fui mandato nel 1992 su Michelangelo in Vaticano". Come si individuano gli artisti emergenti? "Non è facile, spesso si giudicano attraverso la cultura personale, i gusti e anche i limiti. Bisogna essere precisi, si deve informare. Cerco di dare lo spazio che meritano alle cose più importanti: dal progresso degli studi, al reale impegno, alla qualità degli oggetti esposti". Nel suo libro «David in carrozza» (Longanesi) racconta i viaggi che hanno compiuto le opere d'arte... "Negli anni Ottanta Federico Zeri mostrò l'immagine di una tela del Ghirlandaio con un curioso danno: un graffio orizzontale sul naso del ritratto. Ci fece notare che il danno era dovuto a un cattivo imballaggio dell'opera, durante il trasporto su un carro: un chiodo sporgente l'aveva rovinata per sempre. Ho iniziato a chiedermi come fossero state trasportate grandi opere come certe statue, interi pezzi di edifici. Oggi le opere d'arte viaggiano spesso, mi sono chiesto come viaggiassero prima". Sono così importanti questi viaggi? "I musei ottocenteschi sono stati pensati per un gruppo ridotto di persone che poteva viaggiare, stare a lungo nelle grandi capitali, visitare con calma i luoghi d'arte. Oggi le persone che si avvicinano alla cultura sono molto più numerose. L'economia del turismo è sollecitata continuamente da eventi espositivi, dove non ci sono grandi mostre la gente non va, anche se nella stessa città ci sono palazzi e pinacoteche. In questo momento di crisi si sta facendo di tutto, anche a livello governativo, per portare la nostra storia, le nostre opere d'arte nei paesi emergenti". Pochi giorni fa sono partite ottantadue opere dagli Uffizi per la Cina... "C'è la speranza che si attivino verso il nostro Paese non solo interessi economici ma anche un turismo massiccio per portare molti cinesi a visitare le nostre città. Ma le opere sono fragili, bisogna avere le certezza che i viaggi siano fatti con tutti i carismi di sicurezza, evitando di far viaggiare opere già in difficoltà". Quale viaggio l'ha più colpita? "Nel 1930 alla Royal Academy di Londra si tenne una mostra, puramente politica, Exhibition of Italian Art. Mussolini voleva dar prova della genialità del nostro paese. Ettore Modigliani, sovrintendente di Brera, fu incaricato di organizzare il trasporto delle principali opere d'arte dei musei italiani. Durante il viaggio la nave venne colpita da una tempesta rischiando d'affondare. Quando da terra iniziarono a chiedere come stavano le opere (e non le persone) Mocligliani decise il silenzio stampa. Ci fu un clamore enorme sulla stampa, tutti pensarono che la nave fosse affondata. Da questa vicenda la mostra ebbe un battage pubblicitario enorme e incassò più di dieci milioni di lire, con cui comprarono nuove opere, fra cui La Cena di Emmaus di Caravaggio a Brera. Modigliani, ebreo, venne cacciato per le leggi razziali". Un trasloco di un'opera d'arte che avrebbe voluto impedire? "Il gruppo della Niobe. Stava a Villa Medici, oggi è malmessa in una sala degli Uffizi". Si parla di restituzioni d'opere d'arte, come il Partenone ad Atene. Cosa ne pensa? "Il Partenone è stato portato via perché il governo turco l'ha permesso. A Londra è stato conservato e valorizzato, gran parte della cultura inglese dell'Ottocento si ispira a questa presenza dei marmi. La Grecia vorrebbe fosse restituito, ma oggi con la tecnologia si può ricreare qualcosa di virtuale. Le Nozze di Cana del Veronese è al Louvre, a San Giorgio a Venezia è rimasta la cornice. Recentemente è stata ricostruita una copia virtuale. Possiamo richiedere le opere etrusche che i tombaroli italiani fecero uscire illegalmente negli anni Settanta, non quelle che Napoleone portò in Francia". Perché in Italia si vedono le mostre e non i musei? "Nel mondo anglosassone già nel Settecento si costituiscono musei aperti al pubblico, perfezionando sempre più la didattica. All'estero vengono abituati fin da bambini a visitare i musei. Noi abbiamo bisogno della spettacolarizzazione, altrimenti non andiamo. In Italia si studia pochissima storia dell'arte".
Mai l'arte ha viaggiato tanto, ma i musei sono trascurati. Intervista a Marco Carminati
Marco Carminati, critico d'arte e saggista, discute nel suo libro "David in carrozza" sul fenomeno degli spostamenti delle opere d'arte. Secondo Carminati, questo fenomeno è su cui non si riflette gran che e ha radici molto antiche. Egli sostiene che i critici d'arte dovrebbero essere indipendenti per dire quello che pensano delle rassegne, dei libri e delle mostre. Carminati ricorda che il suo primo pezzo pubblicato fu una scheda per cinque anni anonima per tenere a bada la superbia e capire se uno era portato a scrivere per il giornale.
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