Un sospiro di sollievo. Per qualcosa che non doveva accadere, ma non si sa mai. Le proteste hanno avuto un benefico effetto. Ieri mattina l'ufficiale giudiziario, figura temutissima da troppi cittadini, non si è presentato per impone lo sfratto, nell'ex convento di San Francesco di Paola, ai dirigenti e ai tecnici dei laboratori di analisi dell'Istituto superiore per la conservazione e il restauro (prima si chiamava Istituto centrale e basta) di Roma, che vi lavorano. I laboratori dove restaurano le opere e altri tecnici, l'altra porzione dell'Iscr, sono da anni nel monumentale complesso di San Michele, presso Porta Portese, e lì si riunirà tutto l'istituto. «Formalmente ancora ieri mattina non era arrivata alcuna comunicazione all'istituto sul mancato sgombero», ricorda Giuseppe Basile, storico dell'arte, responsabile interventi chiave come quelli su Giotto nella Assisi terremotata e a Padova, da un anno in pensione ma ancora legatissimo al centro d'eccellenza. Niente sfratto dunque. Merito delle campagne d'opinione, dell'accordo con i sindacati, dei vertici del ministero stesso. «Un segnale positivo, attendiamo impegni formali: quando arriveranno saremo più tranquilli». Per evitare che un ufficiale giudiziario spunti all'improvviso (non dovrebbe), il ministro Bondi dovrà scrivere una nota ufficiale, insiste Basile. Aggiungendo: sarà un bene quando l'intero istituto alloggerà finalmente sotto un unico tetto, è una richiesta annosa: «Nell'86 per accorpare l'intero istituto furono stanziati 35 miliardi di lire dai Fondi di investimento e occupazione, i famosi fondi Fio, poi mai assegnati». Lo studioso però segnala: le stanze dove andranno coloro che sono nell'ex convento vanno ristrutturate, «i lavori dureranno almeno due anni». E poi c'è il grattacapo del mancato ricambio del personale; «Manca almeno una decina di restauratori e l'Istituto avrebbe bisogno di 7-8 milioni di euro quando ne ha 3». Un male diffuso.