È STRAZIANTE visitare di giorno, sotto il sole, il «luogo del cuore» più votato finora dagli italiani, nell'iniziativa indetta anche quest'anno dal Fai, il Fondo per l'ambiente italiano. Parliamo della regale, straordinaria e dimenticata «piccola Versailles» di Villa Arconati. Un edificio che cade letteralmente a pezzi, abbandonato, puntellato, pieno di infiltrazioni d'acqua, nell'indifferenza generale, a Castellazzo di Bollate, alle porte di Milano. La sera, nel corso del Festival musicale di luglio, appena concluso, nello sterminato giardino alla francese, sotto le stelle, molti milanesi hanno avuto l'occasione di conoscere e innamorarsi del magico luogo. E si sono precipitati a scrivere cartoline al Fai nella speranza di poterlo salvare. Ma di giorno la luce impietosa del sole mostra tutto il degrado, l'abbandono, la rovina, a cui è stato condannato uno dei più importanti gioielli del Settecento lombardo. Una villa grandiosa. Ottomila metri quadrati (chiusi al pubblico) su due piani, 167 stanze, 365 finestre (la maggior parte senza vetri).Un immenso giardino con siepi di bosso, labirinti, limonaie, tracce degli antichi giochi d'acqua, delle splendide fontane in mosaico lombardo, con le pietre bianche e nere. Quel che resta di un laghetto artificiale. E poi statue dappertutto, draghi, mostri, voliere per gli uccelli, piazze immerse nel verde, angoli segreti. Perfino un serraglio per gli animali feroci. Il bosco dei cervi. E un borgo annesso, il Castellazzo, con tanto di chiesa, abitazioni per 40 famiglie, tenuta agricola. Con intorno una proprietà di due milioni di metri quadrati. Verde vincolato all'interno del Parco delle Groane. Un'oasi che è riuscita incredibilmente a salvarsi in mezzo al cemento della trafficatissima zona a nord di Milano. Un piccolo paradiso il cui monumento centrale, la storica Villa, disegnata in gran parte dall'architetto Giovanni Ruggeri, viene lasciata così, abbandonata, chiusa e completamente svuotata di tutti i suoi pre-ziosi arredi, venduti nel 1989 nel corso di una sciagurata asta. Al Fai il merito di aver consentito ai cittadini di riportare l'attenzione su questo splendido tesoro. «Ci stupisce e ci rallegra la scelta di Villa Arconati come "luogo del cuore" commenta Marco Magnifico, direttore del Fai. In genere la maggior parte del pubblico sceglie posti piccoli, personali, quasi privati, nel nostro censimento. Questa volta, invece, viene segnalata quella che è, in assoluto, la più fastosa villa patrizia della Lombardia, dopo la reggia di Monza. Con dimensioni di una dimora reale, non di una casa di una nobile famiglia. A Milano, purtroppo, il Castellazzo è conosciuto solo per il Festival, che ha avuto almeno il merito di far conoscere il suo straordinario giardino.Forse questo voto risponde a un desiderio profondo di molti lombardi: riscoprire le proprie radici, il proprio grande passato di motore d'Italia». La decisione di costruire la Villa si deve a Galeazze Arconati Visconti, che terminò i primi lavori intorno al 1648. Ma è nel Settecento che il luogo cresce fino a raggiungere il suo massimo splendore, diventando centro di incontro e di ritrovo della buona società milanese. Noto in tutta Europa. Splendidi i saloni delle feste, al primo piano. Deserti. Spogliati di tutto. Restano, umidità permettendo, gli affreschi realizzati nel 1750 dai fratelli Galligari: un'Allegoria del Tempo, la Caduta di Fetonte, il Carro del Sole. L'azzurro salone da ballo, pieno di specchi davanti ai quali venivano collocate le candele per consentire riflessi e giochi di luce. La vuota biblioteca, che un tempo ha ospitato opere preziose come il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci. E fuori il giardino, di cui si può intuire quanto intensa sia stata la vita mondana dalle numerose stampe realizzate all'epoca da Marco Antonio Dal Re. I numerosi passaggi di proprietà, dalla famiglia Arconati ai cugini Brusca fino alla famiglia Crivelli, alla fine dell'Ottocento, segnano la storia della Villa. Nel 1989 il Castellazzo diventa di proprietà di una società finanziaria della famiglia Radice Fossati. Dal 2000 è nelle mani della società Palladium Italia, che si occupa di edilizia. Ma non del suo restauro. «Abbiamo presentato, tre anni fa, un progetto di ristrutturazione, affidato a Gae Aulenti spiega Ermanno Camisasca, presidente della Palladium. Ma non ha avuto fortuna. Avevamo proposto, essendo imprenditori edili, di fare un'operazione immobiliare e con i soldi ricavati ristrutturare la Villa, da adibire a usi sociali. Idea bocciata. Adesso non sappiamo cosa fare. Pensiamo alla possibilità di una Fondazione che si occupi del restauro. Vedremo». II tempo passa. In estate si fa buona musica in giardino, grazie al Comune di Bollate. E il Castellazzo va in malora. «Villa Arconati è morta 15 anni fa, con l'asta che ha messo in vendita tutti i suoi splendidi arredi commenta sconsolato Marco Magnifico. Tornare ad arredarla oggi è cosa impossibile. E una villa come questa, senza arredi, è come una splendida donna che quando sorride mostra di non avere in bocca neanche un dente».