ARTE. Dopo il sequestro del bronzo già ordinato dal giudice la battaglia continuerà in tribunale Era mozzo di bordo quando le reti recuperarono la statua greca Ora va in California per reclamarla «L'America la renda all'Italia» È stata fissata per il 16 aprile a Pesaro l'udienza davanti al giudice delle indagini preliminari Raffaele Cormio per decidere sulla richiesta di sospensione della confisca dell'Atleta di Fano da parte del Museo Getty di Malibu (California). È stato nominato un giudice diverso da quello, Lorena Mussoni, che l'11 febbraio scorso aveva depositato l'ordinanza per far tornare il bronzo in Italia. Dice il pubblico ministero pesarese Silvia Cecchi: «Diremo no, non vi sono motivi per non rendere immediatamente esecutiva l'ordinanza». Nel 1964, quando in una rete del «Ferri Ferruccio», il peschereccio su cui era imbarcato, restò impigliata una gamba dell'Atleta Vittorioso attribuita a Lisippo, aveva soltanto 15 anni. Athos Rosato oggi di anni ne ha 61, ma ha ben scolpite nella mente quelle immagini: «È come se l'avessi davanti agli occhi quella statua che emergeva dal mare, impigliata in una rete da pesca, tutta coperta di ostriche e incrostazioni». Athos era il «murè» di bordo, il mozzo del capitano Romei Pirani, il pescatore di Fano, morto nel 2004, che ripescò l'Atleta del Lisippo, poi finito al Getty. Athos Rosato è l'unico superstite di quell'equipaggio. L'ex mozzo, diventato imprenditore facoltoso, è saltato su un aereo per andare aa Malibù nel Museo Getty. «Mi metterò sotto il Lisippo, vestito con uno smoking», dice, «e urlerò a tutti che quella statua, come peraltro ha stabilito il tribunale di Pesaro, deve tornare in Italia. È dell'Italia. Dirò agli americani, sotto la statua, che quella meraviglia l'ho tirata io fuori dal mare 46 anni fa, l'ho ripescata io e che appartiene a noi, agli italiani. Ho pensato molto in questi anni al Lisippo e mi son detto che prima di morire, dovevo fare 'sta cosa». Athos non vuole rivelare il punto preciso del ritrovamento si limita a dire che era non a molte miglia dalla costa Croata, al largo del Conero. «Era una zona in cui si andava spesso a pescare», ricorda Athos, «e proprio in un punto di quel tratto di mare, era una mattina di estate, tirammo su la rete che a quei tempi veniva issata dall'albero di prua, che apparve la statua. Qualcuno urlò "è d'oro, è d'oro", infatti si era spezzata una gamba evidentemente nel traino dal fondale e riluceva in quel punto dove non c'erano incrostazioni, ma era di bronzo. Ricordo che io stesso con un compagno l'adagiai a prua». Il resto è storia: il Lisippo venne sepolto e nascosto in un campo di cavoli e poi fu venduto un anno dopo per poco più di tre milioni di lire ad un antiquario di Gubbio. Poi il processo a tre commercianti, che si è concluso con un'assoluzione. Intanto l'Atleta Vittorioso ricompare e nel 1974 viene esposto al Getty Museum, e si viene a sapere che era stata acquistata per circa quattro milioni di dollari. Poi il mese scorso la pronuncia del gip del Tribunale di Pesaro che con una ordinanza ha disposto la confisca della statua «ovunque essa si trovi» e il ricorso del Getty in Cassazione. «Sa quanto ci ricavai da quella storia? Da quella pesca?» dice con un sorriso amaro Athos, «detti a mia madre 80mila lire, ero il più giovane dell'equipaggio e mi toccarono quei soldi che allora mi sembravano un tesoro: erano davvero tempi duri. La fame era vera fame». «Voglio andare lì in America», conclude l'ex mozzo, «prima di morire, e rivedere quella statua che ho tirato fuori dal mare: ero un ragazzino, non potevo capire. Ora sono un vecchio, e la vita mi ha insegnato tante cose, giuste e sbagliate. Una di queste è la dignità: andrò lì, accanto al Lisippo e con dignità dirò che l'Atleta è nostro, lo urlerò a quelli del Getty. Lo devo fare, per i miei compagni del peschereccio che non ci sono più; il loro "murè" non li ha dimenticati». Massimo Cacciari, Marcello Veneziani, Tonino Guerra, Dario Fo e Franca Rame sono i primi firmatari di una petizione per il rientro a Fano dell'Atleta Vittorioso. A breve si dovrebbe aggiungere anche la firma di Vittorio Sgarbi, che ha già annunciato la sua adesione. L'iniziativa è stata presentata a Fano dal sindaco Stefano Aguzzi, dall'assessore alla cultura Franco Mancinelli e dal rappresentante dell'associazione culturale Le Cento città Alberto Berardi. È stata l'associazione a promuovere la causa che ha portato all'ordinanza di confisca della statua, a cui il Paul Getty Trust ha opposto ricorso in Cassazione. «Prenderemo contatti con tutti quegli italiani sparsi nel mondo, club, associazioni e personalità italoamericane», ha annunciato Mancinelli, «per unirli in questa battaglia, in quanto crediamo che un bene culturale, in quanto testimonianza di un popolo, è intimamente collegato al luogo in cui si è legittimamente storicizzato, cosicchè l'illecita sottrazione da quel luogo, come è avvenuto per la statua del Lisippo, reca un danno alla vita culturale non solo del popolo che l'ha subita, ma di tutti i popoli, alla reciproca comprensione e al dialogo tra le nazionali, accreditando la cultura dell'illegalità». La petizione, oltre a richiamare questi concetti, e a ricordare che anche l'Italia e gli Stati Uniti avevano sottoscritto la Convenzione Unesco del 1970, assumendo il reciproco impegno di salvaguardare il patrimonio di beni culturali contro i pericoli di furto, scavi clandestini, esportazione illecita e di collaborare per le restituzioni, termina con un appello: «Sentiamo l'imperativo morale di affiancarci ai cittadini di Fano nel chiedere alle autorità e ai cittadini della California di intervenire sul Board del J.Paul Getty Trust perché restituisca la statua dell'Atleta Vittorioso al patrimonio culturale italiano». Gli organizzatori pensano anche di chiedere la sottoscrizione a personaggi di fama internazionale come l'attrice Sophia Loren e al campione pesarese Valentino Rossi. Lunedì 22 Marzo 2010 CULTURA Pagina 57 Con un trucco la statua fu esportata Era un venerdì del settembre 1964 quando il peschereccio «Ferruccio Ferri» di Romeo Pirani, un pescatore fanese morto nel 2004, ripescò la statua: forse al largo di Fano, forse in acque internazionali. Con i compagni Pirani sotterra il bronzo in un campo di cavoli, e mette in circolazione una fotografia. «A gennaio», racconterà poi, «si presentò un signore di cui non so il nome, che lo comprò per tre milioni e mezzo di lire». Da allora si sono celebrati quattro processi, di cui uno annullato, senza arrivare a nessuna verità giudiziaria. Attorno al Lisippo si commettono vari reati, che restano impuniti. Il 18 maggio 1966 il Tribunale di Perugia assolve per insufficienza di prove tre commercianti di Gubbio, Pietro, Fabio e Giacomo Barbetti, e un prete, don Giovanni Nagni, imputati per la ricettazione del bronzo e favoreggiamento. La loro condanna in appello del 27 gennaio 1967 viene annullata dalla Cassazione nel maggio 1968. Nuovo processo e assoluzione di secondo grado a Roma il 18 novembre 1970. Impossibile, concludono i giudici, accertare l'interesse artistico, storico e archeologico della statua, nel frattempo scomparsa, nè se sia stata ritrovata in acque territoriali o internazionali. Intanto il bronzo ricompare in America. Il Museo Getty lo espone per la prima volta nel 1974. Ha pagato la statua 3,9 milioni di dollari, ma come sia entrata a far parte della sua collezione resta un mistero. Secondo lo storico fanese Alberto Berardi. L'Atleta lasciò Gubbio con una spedizione di forniture mediche inviate in Brasile a un missionario parente dei Barbetti. Poi fu acquistato dal consorzio internazionale d'arte Artemis e, nel 1971, spedito al Dorner Institut di Monaco per il restauro. L'allora direttore del Metropolitan Museum Thomas Hoving esamina il bronzo nel 1972 a Monaco ma non conclude l'acquisto per i troppi dubbi sulla provenienza.
L'Arena
22 Marzo 2010
Il pescatore del Lisippo protesta al museo Getty
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