«La politica agricola non può essere solo una battaglia per la qualità del Made in Italy, dei prodotti di origine, come sembra dalle battaglie dei nostri ministri. Certo, sono tutte cose necessarie, ma non sufficienti da sole a fare del settore agricolo un sistema competitivo. Se vogliamo un' agricoltura europea bisogna fare una rivoluzione culturale e cominciare a considerare il settore agricolo né più né meno come gli altri: con le sue imprese, le sue necessità organizzative, i suoi ritardi infrastrutturali e, infine, come un mondo che, come tutti, sta sopportando una crisi fuori dall' ordinario». Paolo De Castro è stato un apprezzato ministro dell' Agricoltura per il 17 mesi del governo Prodi e ora guarda il sistema italiano dalla sua postazione di presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo. In che cosa consiste la crisi dell' agricoltura? «In una caduta senza precedenti dei prezzi dei prodotti nell' ordine del 2030 con dei costi di produzione, dall' energia ai concimi, che sono rimasti alti e quindi una caduta spaventosa della competitività». Ma se questo vale per tutti i Paesi perché l' Europa non interviene? «Perché l' Europa non prevede lo stato di crisi e quindi ogni Paese fa per sé, anche se a Bruxelles si sta studiando un pacchetto di misure per la politica agricola in questo momento. Ma per gli interventi urgenti ognuno deve provvedere per conto suo. Ed è qui la differenza tra l' Italia e gli altri». Cioè? «Gli altri, parlo di Germania, Francia e anche Spagna considerano il settore agricolo alla stregua degli altri per importanza, le sue aziende da difendere né più né meno come quelle industriali. E noi che soffriamo di più la crisi, per alcuni fattori storici di arretratezza della nostra agricoltura, non abbiamo fatto nulla, almeno a livello di iniziative di governo, per affrontare la crisi di mercato». Il ministro Luca Zaia rivendica però una serie di interventi destinati al settore e a difendere la specificità della nostra agricoltura fatta di piccole aziende e della forza del Made in Italy. «Per carità battaglie necessarie, magari anche di peso mediatico. Ma è una cura che non è affatto sufficiente». E perché? «Primo perché la caduta dei prezzi è disastrosa per tutti, anche per i prodotti del made in Italy. Basta vedere che cosa è successo con i prezzi del parmigiano, il principe tra i prodotti Dop, crollati anche essi insieme agli altri. Poi perché se i piccoli agricoltori vanno certo difesi non bisogna dimenticare che il 60 del reddito agricolo italiano è prodotto dal 7 di aziende medio grandi che stanno sul mercato. Se perdiamo quelle, addio agricoltura italiana. Infine perché la crisi ci costringe ad affrontare in fretta l' arretratezza del sistema italiano polverizzato in piccolissime imprese prive di strutture organizzative e deboli soprattutto in questo momento». Da dove partirebbe lei? «Da che cosa serve alle nostre imprese per essere competitive. Da strumenti per favorire l' aggregazione delle aziende ed aiutarle a crescere. E poi da misure che da subito migliorino l' efficienza commerciale all' estero delle nostre aziende, perché noi saremo anche dei bravi produttori, ci vantiamo di avere il più grande patrimonio enogastronomico al mondo, ma non siamo capaci a vendere». E il marchio, il Made in Italy non serve a questo? «In misura modesta e per un mercato ristretto. Abbiamo una percentuale di export tra le più basse d' Europa. Certo senza qualità non abbiamo alcuna chance. Ma per le grandi produzioni ci presentiamo all' estero con una miriade di operatori sparsi, che non hanno potere contrattuale. E' per scarsa organizzazione della commercializzazione a valle che le nostre arance hanno perso il mercato tedesco dove ci sono tre o quattro grandi centrali di acquisto che hanno preferito dialogare con strutture più efficienti e centralizzate di vendita come quelle che ha la Spagna. E cosi via dicendo: nel settore del latte, le due più grandi imprese italiane, Granarolo e Parmalat, non fanno insieme neanche un terzo della più grande cooperativa francese». A Bruxelles l' agricoltura italiana però non è molto considerata: alcuni produttori chiedono che si impongano, per le nostre esportazioni, condizioni di reciprocità. «Ecco un' altra bella rivoluzione culturale da fare, il nostro rapporto con l' Europa. Da sempre consideriamo Bruxelles come una sorta di tavolo sindacale dove andare per portare a casa qualcosa». E non è così? «No, purtroppo è così che lo vede l' Italia e non da oggi. L' Europa siamo anche noi, se partecipiamo con l' autorevolezza e con la presenza continua ai processi di formazione delle decisioni ci siamo dentro e potremmo contribuire alle proposte e alle regole. Altrimenti faremo sempre la figura di quelli che arrivano con il cappello in mano a questuare qualcosa deciso altrove». Si è fatto poco? «Non solo. Spesso si fa confusione. Per esempio sul tema dell' origine abbiamo fatto tanto chiasso nel Parlamento nazionale quando in realtà questo non ha alcun potere in tema di etichettatura, che invece spetta all' Europa. Quando a Bruxelles si fanno provvedimenti importanti di questo genere c' è scarsa attenzione da parte dell' Italia». Che cosa pensa della guerra sugli OGM? «Non sono il paladino degli Ogm. Ma non voglio neanche essere un fondamentalista: gli Ogm non sono il diavolo. La posizione del commissario europeo mi sembra equilibrata. E in Italia dobbiamo lasciare più libertà: è uno dei pochi Paesi che non può fare ricerca su questa tecnologia che vede impegnati tre quarti del mondo».
Agricoltura: Perché è ancora a rischio
Il ministro Luca Zaia sostiene che la politica agricola italiana non può essere solo una battaglia per la qualità del Made in Italy, ma deve essere rivoluzionata per considerare il settore agricolo come un sistema competitivo. La crisi dell'agricoltura italiana è causata dalla caduta dei prezzi dei prodotti, dai costi di produzione alti e dalla mancanza di strutture organizzative nelle piccole aziende. Zaia propone interventi per difendere la specificità della nostra agricoltura, come la difesa del Made in Italy, ma ritiene che queste misure non siano sufficienti. Inoltre, sostiene che l'Italia non ha fatto nulla per affrontare la crisi di mercato e che il rapporto con l'Europa è ancora molto limitato.
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