DOPO due anni di buio, forse, il Carlo Felice torna a vedere la luce. Ci sono notizie buone che si spera possano essere presto confermate: l' impegno diretto di privati di rango (Garrone, Malacalza, Finmeccanica, Iride) e la collaborazione, attraverso Filippini La Rosa, di Alex Baisch, direttore della Deutsche Oper di Berlino. Cosa possa succedere di un teatro e di un'orchestra, se stanno chiusi e inattivi, si è appena visto. Discrete regie, spettacoli decorosi, con qualche personalità vocale (le soprano) di spicco nei recenti Nabuccoe Lucia di Lammermoor, ma anche molta routine, con un'orchestra povera di anima e personalità, un coro da registrare (neppure con "Va pensiero" è riuscito a incantare) e un apparato tecnico da oliare. I liguri, che, costretti dalla drastica contrazione del cartellone locale, sono stati in giro, in questi mesi, nei vari teatri del nord Italia, conoscono la qualità ormai raggiunta dalla Scala di Milano o dal Regio di Torino o dalla Fenice di Venezia o dal Comunale di Bologna. P P er lavorare bene le varie componenti di un teatro debbono farlo molto e in spettacoli vari, diversi, in opere che vanno dal settecento alla contemporaneità. C'è da augurarsi che tutti al Carlo Felice abbiano capito la lezione e che, messe da parte vecchie suscettibilità e acidi corporativismi, artisti e tecnici ritrovino subito la passione del loro bellissimo mestiere. Il rischio, se non della chiusura, è quello, forse ancora peggiore, della mediocrità permanente. Del resto, verosimilmente, è solo a condizione di una tale consapevolezza da parte di tutti che i privati sono disponibili ad assumersi impegnative responsabilità economiche e gestionali. L'altra grande novità è quella di guardare ai teatri lirici tedeschi. Lo avevamo scritto tanto tempo fa su queste colonne, suscitando anche le reprimende di qualche suscettibile sacerdotessa dell'irripetibilità del gesto scenico: bisogna adattare ai nostri teatri il modello tedesco di produzione operistica. Certo, con 3035 titoli all'anno, questo prevede un'organizzazione del lavoro (perfino con cantanti stabili) non compatibile con la povera Italia di oggi. Ma è nella sua direzione, di più rappresentazioni, di alternanza continua di novitàe riproposte, di repertorio posseduto (quasi) senza prove e nuove partiture da studiare, che ci si deve muovere. Ma perché si avveri il sogno di un teatro di nuovo aperto, pieno e di qualità, al Carlo Felice si deve chiudere con urgenza l'incolore interregno commissariale, la cui inefficacia è appena stata ribadita dalla rinuncia di Cobelli a Tristano; il Comune deve rientrare nelle funzioni non solo di cassiere (da cui, come la Regione, non è mai uscito), ma anche di responsabile culturale dell'Ente; il direttore artistico (c'è De Vivo, persona di grande valore) deve essere messo in condizione di fare programmi a lunga scadenza; l'orchestra deve ritrovare vivacità e gusto di suonare. L'iniziativa spetta al Comune, che non può più sbagliare. Servono un qualificato sovrintendente, di cui poi rispettare l'autonomia e la professionalità, e un direttore principale autorevole e moderno. Per il maggior teatro lirico della nostra regione questa è l'ultima chiamata.