QUEI pneumatici impiegati da Allan Kaprow per una sua celebre installazione sono finiti nel fossato del Castello Svevo insieme con gli specchi infranti del lavoro di Alfredo Pirri. Una provocazione nel monumento simbolo della Bari laica? «No, affatto. È un invito a riflettere sul tema del "phatos della distanza", sull' intervallo tra arte e vita, dentro un luogo dimenticato dalla città» precisa Achille Bonito Oliva, il curatore della mostra Da sopra (giù nel fossato). «E poi la gente di Bari vecchia mi ha ringraziato perché abbiamo fatto rivivere questo spazio del loro castello». Perché avete scelto questa collocazione? «I castelli fanno parte della serie di mostre che in Puglia abbiamo intitolato «Intramoenia extra art». Stavolta sono stato invitato dall' assessorato al Mediterraneo della Regione e dalla Soprintendenza statale per una nuova sfida tra le mura del maniero di Federico II. E ho deciso di scendere con le opere in questo spazio vuoto e ormai «platonico», adatto a cambiare la percezione dell' opera. Il fossato, mai utilizzato prima, obbliga il pubblico a una sorta di Kamasutra dello sguardo». Qual è il punto di vista che propone con gli artisti? «Non orizzontale, non frontale. Abbiamo creato una distanza verticale, da sopra in giù, per l' appunto. Invitiamo il pubblico alla deambulazione lungo quella che è la cornice della mostra, la balaustra del fossato, un "red carpet" dell' arte contemporanea». Video, sculture, installazioni e poi le frasi luminose di chi scrive sulle antiche mura «L' arte deve essere astratta, deve cambiare, deve dare piacere». Condivide? «Attenzione, anche quando è figurativa l' arte è sempre una grande astrazione. Nannucci vuol dire che c' è una base concettuale che rende l' opera duratura, eterna». Che c' è di più effimero dei coriandoli di Laura Favaretto? «E invece è una metafora perfetta e solida dell' arte puntata, come i tre cannoni piazzati sui bastioni, sul mondo, come diceva Picasso». In un luogo antico, pieno di storia, un monumento vissuto piuttosto che le pareti neutre di un museo moderno. È questa la via italiana all' arte contemporanea? «In Italia abbiamo fatto di necessità virtù. Personalmente, sin dal 1970, a partire dalla mostra «Amore mio» nel palazzo progettato dal Peruzzi a Montepulciano, ho sottratto l' architettura alla dimensione archeologica. Io penso che l' arte contemporanea sia una forma di nostalgia del presente. Ed è per spingerla verso il futuro che la porto negli spazi del passato»