altra italia A TRICARICO, DOVE IL VUOTO LA FA DA PADRONE Il paese DI SCOTELLARO Un «paesologo» in un luogo della Lucania dove non viene più nessuno. Tra emigranti di ritorno e cittadini che raccontano come lì non ci sia nulla da vedere. Alla ricerca della tomba del poeta morto ad appena 30 anni. Prima che la civiltà pastorale e contadina fosse travolta dalle auto e dai palazzi TRICARICO (MATERA) In cielo lontanissimo c'è un falcoil freddo mezzogiorno di novembreha il buio che sale già sui fianchila luce che resta è bevutadalle vacche nei campidalle argille dei calanchi. Lungamente ho pensato di non essere mai stato a Tricarico, il paese di Rocco Scotellaro. Da queste parti negli anni cinquanta uno studioso americano venne a studiare le basi morali di una società arretrata. Adesso non viene nessuno, né studiosi, né turisti, dunque è un luogo ideale per le visite paesologiche. La Lucania non si presta ad apparecchiare dibattiti televisivi: niente camorra, è sparita anche la secolare arretratezza che faceva di questa regione un laboratorio ideale per gli studiosi della questione meridionale. Questa regione vive più nella testa di chi se n'è andato che di chi è rimasto. E perfino arrivandoci dalla desolata Irpinia d'oriente si sente un ulteriore e per me riposante senso di vuoto, un vuoto che ti fa rivedere la terra, come se negli altri giorni vedessimo solo quello c'è sopra. Da casa mia ci metto poco a entrare in Lucania, a sentire il soffio selvatico che spira di quelle alture. Qui non c'è trambusto, sento che tutto è distante, ogni cosa, il nodo di un paese, la cima di una montagna, è preceduta da un prologo di solitudine e silenzio. È una tiepida mattinata d'inverno. I nervi un poco cominciano a distendersi. Lascio la Basentana e prendo la strada per Tricarico. Prima del paese mi trovo davanti uno strampalato accampamento. Mi fermo, è una sorta di parco giochi ricavato da una pista di motocross che non ha avuto successo. L'uomo che ha messo al mondo questo carnevale di figure è un ex emigrato, tornato dalla Germania dove era caduto in depressione. Adesso è qui, prende oggetti in disuso e li scioglie nel miele della sua fantasia infantile. Ne vengono fuori creature felicemente improbabili, una ragnatela di animali di carta e metallo, il sogno e la ruggine distesi su una collina. Mi pare un bell'ingresso al paese, una cosa che non vedi mai in questo mondo ridotto a una caserma dove tutto è infilato nella stessa collana di mestizia. Parcheggio in piazza e subito mi colpisce il fatto che è abbastanza animata. Forse godo degli effetti della visione precedente, anche qui mi pare che alligni un qualcosa di fantastico. Vedo molti corpi animati da qualche felice deformità. Sono assai più tristi in fondo quelli alla moda, quelli che hanno le forme giuste e l'anima sigillata. Anche alcuni negozi esibiscono vetrine strampalate. Sento un brivido di euforia che mi attraversa, non mi capita quasi mai. Pare che tutto abbia un suo accento, come se una specie di sclerosi abbia privato questo luogo della guaina che avvolge i luoghi e li isola, come se niente dovesse più parlare veramente, né gli uomini, né le cose. Chiedo un'informazione sulla parte più antica e mi ritrovo con un vecchietto che mi fa da guida. Mi accompagna con una puntigliosità quasi nevrotica. Non si capisce bene cosa dica e sembra rispondere non tanto alle nostre domande, ma a se stesso, è come assorto in un ossessivo dialogo interiore, una dialogo autistico, fatto di domande inesistenti e risposte incomprensibili. Arrivo dove hanno buttato giù le case più vecchie, eppure il paese è ancora imbevuto di un sapore antico: non c'è niente da fare, certe cose non vanno via nemmeno con le ruspe, restano nell'aria, si depositano ai margini meno battuti del paesaggio. A questo punto è ora di andare da lui, dal poeta morto a trent'anni perché si è fatto passare nelle vene tutto il dolore e la rabbia di un popolo. So che c'è un centro di documentazione dedicato al sindaco poeta. Immagino di trovare lettere, libri, fotografie. Mi ritrovo in una biblioteca con un paio di ragazzi che copiano qualche pagina per fare le solite ricerche che assegnano a scuola. La signora che mi accompagna dice che non c'è niente da vedere. Le foto non sono esposte. Ci mostra solo un libro curato da Umberto Zavattini nel 1954. Non è in vendita qui ed è introvabile anche altrove. È bellissimo, anche se certe foto sembrano finte, tanto impressionante è la miseria immortalata. Un po' mi scompongo. Penso che se vai al paese di Padre Pio ti fanno vedere la stanza del santo e tutto il resto. Qui niente, un riserbo che per certi aspetti potrebbe anche rincuorare. Scotellaro non è diventato un eroe da esibire sulle magliette. Forse sarà pure per il fatto che gli manca il fisico. Me ne rendo conto al cimitero osservando la sua foto accanto a quella del fratello e dei genitori. Usciti dal cimitero non sento più quel brio del mattino, forse è svanito l'effetto dovuto alla visione iniziale del sognatore tornato dalla Germania. Lui mi aveva detto che spesso si ciba solo di erbe. Io invece ora sto dentro una salumeria a fare un panino che è sempre più grande del necessario. Mi capita spesso dopo mangiato di restare imbambolato dalla digestione e il mondo volteggia intorno a me come un uccello intorno a uno spaventapasseri. Me ne vado mangiare il panino a Pietrapertosa, sulle Dolomiti lucane, non lontano da Tricarico. Scotellaro di Rapallo scriveva che le case sbucano nella costa come margherite. Questo paese è come se sbucasse dalla roccia. Le case però non sono fiori, sono tane per proteggersi dai nemici e dall'inverno. Qui ci sono già stato, ma era un altro giorno, avevo un'altra combustione. Non provo nemmeno a salire gli scalini che portano a un brandello di castello in cima alla roccia. Resto su una panchina a prendere il sole e il silenzio di un pomeriggio insolitamente grazioso. Quando mi accorgo che comincio a stare assai bene decido che è ora di smuoversi, la mia corsa contro il benessere non mi concede lunghe tregue. Decido di andare a vedere Acerenza. Nelle guide sulla Lucania è segnalato per la sua cattedrale. A me colpisce la stradina che porta al paese in un paesaggio che sembra quello di altri secoli. E poi mi colpisce ancora di più l'apparizione del paese, una chiocciola di pietra, una forma che fa apparire il tutto come una torta a più strati. Di fronte alla cattedrale resto un po' deluso. Forse non c'è la luce giusta. Per rifarmi vado a sporgermi da un belvedere dove ammiro un'altra cattedrale, quella del paesaggio, senza capitelli e stemmi, una facciata di terra arata, un omaggio orizzontale al Dio della fatica e del sudore. Ormai è quasi notte, è tempo di tornare. Adesso che non posso guardare intorno, adesso che ho davanti a me solo l'asfalto, vengo assalito dalla solita paura. Mi riprendo un poco attraversando Pietragalla e Filiano, dove mi aspetta l'acquisto del formaggio. Poi è ancora asfalto, ancora i cecchini dell'ansia che mirano a un bottino che non potranno mai avere. Eppure il tesoro di questa giornata è al sicuro. Il tesoro è in quei minuti in cui sono arrivato a Tricarico e l'ho vista luccicare davanti ai miei occhi con la sua divisa profondamente meridionale. Il sud è diventato tante cose, ma la matrice è qui, è qui lo stampo di quella civiltà contadina che in ogni luogo ha avuto una sua diversa fine. Scotellaro è morto nel 1953, il suo mondo è durato altri vent'anni, poi ha ceduto, come una terra che prima frana in maniera impercettibile e poi viene giù di colpo. Il mondo che è venuto dopo non è mai veramente entrato nel sangue di questa terra. Qui si capisce meglio che altrove perché l'Italia è diventata la tana degli scontenti. Nessuno fa veramente quello che vorrebbe e nel posto che vorrebbe. La vita prima pastorale e poi contadina, la vita fatta col fiato dei muli tra i vicoli e i dirupi, ha lasciato il posto all'asfalto e al cemento. La vergogna di essere antichi è stata camuffata con le automobili e le palazzine. Ma se ti spogli in fretta del tuo passato, se resti nudo non puoi pensare di rivestirti con due bottoni e un cappello. C'è da trovare il tessuto e bisogna filarlo con pazienza. Tricarico nuova ha la stessa mesta oscenità della nazione che abbiamo costruito negli ultimi 50 anni. È un luogo che sparisce. Mano a mano che viene costruito. I PROTAGONISTI Il paesologo e il poeta-politico Franco Arminio è nato e vive tuttora a Bisaccia, centro dell'Irpinia orientale in provincia di Avellino. Documentarista, impegnato nei comitati ambientalisti irpini, scrittore, è stato definito da Roberto Saviano «uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato». Ha scritto del sisma in Irpinia: «Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno». Ha inventato una scienza del tutto originale, la «paesologia» («la scienza che studia i paesi», che al momento vanta un solo scienziato: lui), e ne ha fatto oggetto di un libro di viaggio nell'Irpinia più sconosciuta (Vento forte tra Lacedonia e Candela, Laterza editore). A gennaio a Grottaminarda (Avellino) si è svolto il primo seminario di paesologia. Rocco Scotellaro è stato poeta, scrittore e politico. Membro del Cln, alla Liberazione divenne, ad appena 23 anni, sindaco di Tricarico. Legato a Carlo Levi, si iscrisse al Partito socialista. Morì improvvisamente, stroncato da un infarto a soli 30 anni, nel 1953. Rimasero incompiuti il romanzo L'uva puttanella e la ricerca sociologica Contadini del sud. Le sue opere sono state tutte pubblicate postume, grazie soprattutto all'impegno di Carlo Levi.