A un estremo gli Amanti di Valdaro, all'altro i mosaici romani Guscio, scatolone, scafandro, capannone, gabbia. Sulla nuova «camera-museo» che s'inaugura domani per permettere la visita, fino a fine anno, ai mosaici di piazza Sordello, gli strali non sono mancati. Italia Nostra s'è inalberata. La Società per il Ducale, pure. Qualcuno ha promesso di stracciare la tessera del Fai. Qualche altro calcola che duecentocinquantamila euro per una struttura provvisoria quella definitiva è ancora allo studio sono un po' troppi. Forse, però, si può guardare la faccenda sotto un'altra prospettiva. Non quella dello spazio (un parallelepipedo che copre uno scavo di cinquanta metri quadrati non passa davvero inosservato), ma del tempo. Preistoria, Impero romano, Medioevo, Rinascimento, Barocco. Da quattro millenni avanti Cristo al Settecento. Quasi seimila anni in due minuti e rotti. Senza bisogno d'infilarsi in una macchina del tempo o in un'astronave più veloce della luce. Basta camminare di buon passo. Da un capo all'altro della piazza. Nell'ettaro scarso di piazza Sordello i turisti possono ammirare tanta ricchezza storica e artistica quanta ce n'è (rimasta) di finanziaria nel Miglio Quadrato della City di Londra. Intendiamoci, Palazzo Ducale, che ne occupa un lato intero, con la sua costruzione lunga oltre cinque secoli era già un bel sussidiario in muratura di storia e arte patria: la parte più antica, cioè Magna Domus e Palazzo del Capitano, la edificarono i Bonacolsi fra '200 e '300; il resto, fino al Settecento, i Gonzaga. Ma ci sono altri due tasselli non da poco, ai due capi della piazza. Uno è, appunto, giusto davanti all'ingresso della questura, la domus romana d'età imperiale, scoperta per caso, nel dicembre 2006, durante la posa di un dissuasore mobile per il traffico. L'attrazione principale dei mosaici è una coppia: lui è Marte, lei Venere. «Un mosaico notevole», aveva detto a suo tempo il Soprintendente archeologico regionale Umberto Spigo. «Elegantissimo», gli fece eco Elena Maria Menotti, suo braccio destro a Mantova. E proprio la Menotti è la custode dell'altro tassello, purtroppo ancora invisibile ai più. All'angolo con via San Giorgio, in quel che fu prima teatro di corte e poi mercato dei bozzoli di seta e che sarà (e solo in parte già è) il museo archeologico della città, dormono nel loro talamo di legno e terra gli Amanti di Valdaro, gli scheletri neolitici abbracciati più omeno da seimila anni, che hanno fatto accendere i riflettori persino di Cnn e Al Jazeera. Certo, dopo la fugace apparizione durante la Settimana della cultura, un anno fa, ci vorrà ancora qualche mese e qualche milione di euro per vederli esposti in pianta stabile. Ma, prima o poi, i Romeo e Giulietta della preistoria finiranno per diventare l'attrazione principale del museo, assieme all'altra coppia di scheletri, il Cacciatore e il Cane, ritrovati l'estate scorsa. Il mosaico romano sotto i piedi, a destra il Palazzo Ducale, le facciate barocche del Duomo e del palazzo Vescovile in fondo a sinistra e gli Amanti di Valdaro ancora più giù: dal basso di questi ciottoli, sessanta secoli vi guardano.